mercoledì 13 luglio 2016

Life imitates art






Questa mattina, mentre uscivo di casa, ho assistito a una scena che potrebbe essere utilizzata per l'inizio di una commedia romantica: un ragazzo che abita nel mio condominio stava camminando con gli auricolari al collo, il cane al guinzaglio e gli occhiali da sole. E' arrivato davanti al portone, e da un angolo è sbucata una ragazza bellissima, bionda vestita in verde anche lei a passeggio con il cane. I due cominciano a giocare e guinzagli finiscono inevitabilmente per attorcigliarsi. L'evento in sé semplice e banale fa scoppiare entrambi in una risata altrettanto semplice ma bellissima. A volte nel mondo c'è talmente tanta bellezza da mozzarmi il fiato. Forse è per questo che amo scrivere, per ricordarmi di questi attimi che altrimenti scorrerebbero via nel caos della vita quotidiana. Forse la vita, come direbbe Oscar Wilde, imita l'arte. Non il contrario.





xox

Marì


mercoledì 6 luglio 2016

Dammi mille baci

Mi ha accarezzato i capelli e il mio cuore ha martellato così forte che ho pensato: se mi bacia, muoio.
(Stefano Benni)

Rassegna dei baci più belli, secondo me, del cinema




La giornata mondiale del bacio m’ispira.
M’ispira sì perché di baci, nella vita, se ne danno tanti. Ma ci sono alcuni baci che si conficcano come vetri nei polmoni e quando ci ripensi, smuovendoli, ti feriscono ogni volta. Sono quelli i baci che ti ricorderai per sempre.
Dei baci che ho dato, non dico di ricordarli tutti perché sarebbe impossibile, ricordo le persone a cui li ho dati, ma i baci che ricorderò per sempre sono tre, penso.
Il mio primo bacio, quello che reputo l’ultimo bacio con B, e un altro di cui non sono pronta a scrivere.
Il mio primo bacio è stata un’emozione fortissima, più forte della mia prima volta. Appena quattordicenne, mi ero imbarcata del figlio della parrucchiera di mia nonna. Un ragazzetto bellissimo con la passione per il disegno e un senso dello humor travolgente e dissacrante. Dopo qualche mese di battute e flirt senza freni, un pomeriggio di metà settembre mi accompagnò a casa e successe: tremai per le due ore successive. Per molto tempo ho pensato che fosse il bacio più bello che mi avessero dato. Solo dopo capii che lo avevo idealizzato, non per sminuirlo per carità, ma perché dopo qualche anno ci rincontrammo e ci frequentammo per qualche tempo, lì mi resi conto di aver ingigantito tutta la faccenda per molto tempo .
Il secondo bacio che rimarrà indelebile nella mia memoria, non solo per quello che era, ma per quello che ha rappresentato per me, è stato quello che reputo ultimo bacio con B. Sì, perché non è stato tecnicamente l’ultimo, ma quelli che ci furono dopo erano baci di disprezzo, rammarico, erano baci di disperazione, invidia, d’amore disperato.
Quell'ultimo bacio, invece, era mescolanza perfetta tra amore e struggimento, un bacio accompagnato da una lacrima, solo una, sul mio viso. Dopo aver finalmente scaricato su di lui il peso di quel “Ti amo” che mi stava consumando internamente, che stava disintegrando la mia forza d’animo, il mio sorriso. Quel “Ti amo” detto il giorno del mio compleanno, che per me è sempre un giorno particolare. Quello è stato il ti amo più sincero della mia vita. Non perché io non abbia più amato, ma perché ad oggi posso dire che niente è mai più stato così, come quel bacio. Ho provato altri bei sentimenti, dopo, ma niente come quell'attimo d’amore e struggimento insieme.
E poi quest’ultimo bacio di cui non sono pronta a scrivere perché mi spaventa a morte. È stato un bacio che per me ha significato fare l’amore. Mi spiego, per me fare l’amore è spogliarsi completamente: le paure, i freni le inibizioni e le maschere davanti a una persona e lasciarsi guardare, lasciare che le proprie debolezze emergano e non fare niente per fermare l’altra persona dall'osservare e dal giudicare, se lo desidera, quelle falle.
In questa accezione, fare l’amore con un bacio è l’emozione più profonda e intima che potessi sperimentare. Che poi è più importante quello sguardo che precede il bacio. Quello sguardo che va oltre agli occhi, ti scava dentro, in silenzio e ti travolge. Ti ricorda quando in passato ti hanno capita e vista, ti fa comprendere come sia simile a un altro ricevuto in passato e al tempo stesso diverso e unico. Non penso lo scorderò.

Staremo a vedere.

Mille baci, e altri cento
Marì

Mancarsi


Beh ci vorrà un po' di coraggio per questo. Torno qui, sul mio "diario di bordo", perché è da qui che sono scesa qualche anno fa, dal momento in cui ho deciso che non avrei più sofferto per amore, dal momento in cui ho deciso di chiudere me stessa dietro alla porta piena di luce e di ricordi di cui parlavo in un altro post.
Come al solito, e come mi sono già accorta in passato, tendo a nascondermi, ad abbandonare me stessa in nome della "felicità" dell' "amore", che poi queste parole e questi sentimenti per me, ormai, sono dei vuoti di significato. Non perché non sia felice: non sono mai stata più serena di così, ma perché in nome di questa serenità ho chiuso tutto, ho murato viva Marina, ho buttato la chiave e ho smesso di provare dei sentimenti autetici.
Poi è arrivato il buddismo. Vi ho fregati, eh? Qui di solito avrei scritto: e poi è arrivato "lui", e invece no. E' arrivato il buddismo che con la sua filosofia e la forza della verità che insegna, mi ha lentamente, e incessantemente, avvicinata sempre più a quella porta.
Nel buddismo esiste un termine per questo "Hosshaku Kempon" e significa "liberarsi del provvisorio pe rivelare l'originale", e nel momento in cui ho deciso farlo ho avvertito una fessura di questa porta aprirsi.
Ho visto cos'era provvisorio. E cos'era? mi chiederete voi. Era la mia vita. Tutto quello che stavo facendo in quel momento: rincorrere cose che non volevo, compiere azioni per abitudine, astenermi dallo scrivere, dal pensare, dal riflettere, andare avanti per inerzia, autoconvincermi di essere serena, di aver visto cosa fosse la mia vita e come dovesse essere da qui a vent'anni; essere passiva in definitiva. Era supefluo la scatola in cui ho messo la testa da tutta la vita, questa prima di aver chiuso me stessa dietro la porta. Sì ero chiusa là dentro e in più avevo la scatola in testa. Buffo eh? Cosa può fare una religione, una filosofia, il daimoku.
Avevo promesso a me stessa di non permettere mai più a nessuno di farmi soffrire, ma per farlo avevo rinunciato alla mia parte malinconica, la mia parte oscura, come dicevo un tempo. Adesso questo termine mi fa sorridere, ma, alla fine di tutto, è un termine riuscito se si pensa che quella parte di me la tengo sempre nascosta, al riparto dagli sguardi altrui.
Poi ho cominciato a fare Hosshaku Kempon, e oltre a riaprire quella porta, come ho già detto, ho fatto in mille pezzi anche questa scatola. Era un paraocchi, probabilmente, che non mi permetteva di vedere una parte di me completamente sepolta da strati di esperienze, pensieri e giudizi. Ho deciso di romperla per la sincerità, la verità di cui mi sono sempre fatta baluardo.
Devo dire, però, che ci si sente bene, ci si sente liberi dopo aver tolto i paraocchi, per quanto la vista possa spaventare, mi sarei pentita di più se non avessi visto affatto.
E' dura riprendere il filo del discorso. Perché sì, sono cambiata, sono maturata (anche se non troppo) ma in fondo sono sempre quella ragazzina di cui avete letto fin ora, e adesso sto ricomponendo tutti i pezzi di me che ho lasciato per strada: a partire proprio da qui, dal mio diario di bordo, dai miei sfoghi e dalla scrittura che parte da me, e deve partire da me per essere autentica, perché possa dire qualcosa a chi legge. I raccontini sterili che non contengono nemmeno un pezzetto dello scrittore che li ha partoriti non sono che un mero esercizio di stile.
La ritrovata me,


Marì

giovedì 30 giugno 2016

Momenti di trascurabile felicità






Ho pensato spesso, come ho scritto in altri post sul blog, in relazione a momenti di calma “forse un giorno penserò che questa è la felicità”, però ieri sera e altre sere prima, non ho formulato questo pensiero, ho pensato, invece: “No, cazzo, questa è la felicità”.

E cos'è questa felicità? Me stessa seduta su un balconcino con il pavimento di pietra, su una sedia di legno, i piedi appoggiati sulle inferriate gelide della ringhiera, che fumo, sì so che non dovrei, e l’aria è gelata, e il cielo nero di Torino che mi avvolge completamente, e di là la mia passione che brucia, dopo aver fatto l’amore nella stanza incasinata, dopo l’intimità, il piacere, la sbandata. Quell’attimo per me era felicità assoluta, senza screzi, senza nuvole, senza perplessità. Sola, ma con il mondo dentro e fuori di me. 

Marì
Ps avrei dovuto pubblicare prima un altro post in cui vi racconto che fine io abbia fatto, ma arriverà dopo, questo è un frammento istintivo.
Ciao, né




domenica 10 agosto 2014

Un effetto collaterale

Recensione di
Colpa delle Stelle
John Green, 2012

Un romanzo che tenta di travestirsi da bestseller per adolescenti, ma fallisce e si trasforma in una riflessione dolorosa e originale sulla vita e sul morire.



Ho iniziato per prima cosa a vedere il film tratto da questo strano, coinvolgente romanzo, in una serata in cui avevo voglia di disimpegno e di guardare un film "leggero", purtroppo/fortuna per me il film si è rivelato molto più pesante e direi doloroso del previsto.
Quindi ho deciso di leggere anche il libro da cui era tratto e scrivere qui cosa ne penso.
Se non conoscete la trama a grandi linee parla di due adolescenti Hazel Grace e Augustus che sono malati di cancro e si innamorano. Sì, ma non è solo questo. Non è la classica storiella struggente che ti fa piangere due minuti per i facili clichè emotivi e poi proseguire come nulla fosse per la tua vita. No. Per certi versi si può dire che alcune citazione e/o esempi non siano nulla di geniale come il "alcuni infiniti sono più grandi di altri", ma se si fanno scendere queste citazioni nel contesti e nelle parole di due ragazzi adolescenti allora tutto assume un significato più profondo. C'è Augustus Waters che è fissato con le metafore, infatti ha l'abitudine di tenere un bocca una sigaretta spenta perché quella è la metafora di tenere tra le labbra una cosa che può ucciderti senza la possibilità d farlo. Vede metafore in molte piccole cose e questo sondare la realtà e rivelarne i lati più ridicoli che si danno per scontati nella vita comune, sembra essere una suo ossessione. Mi è rimasto impresso questo passaggio di un Augustus quattordicenne:

"Ero un po' l'archetipo del ragazzo cresciuto in Indiana. [...] Tutto impegnato nel tentativo di di riesumare la perduta arte del tiro in sospensione. Un giorno però ero nella palestra dell North Central ad allenarmi ai tiri liberi, fermo all'altezza della lunetta, quando tutto d'un tratto on sono più riuscito a spiegarmi perché me ne stavo lì a lanciare metodicamente con oggetto sferico in un altro oggetto toroidale. Mi è sembrata la cosa più stupida del mondo. Ho cominciato a pensare ai bambini piccoli che provano a infilare una forma cilindrica in un buco circolare, e a come lo fanno sistematicamente per mesi finché non capiscono come funziona e la palla canestro è una versione più aerobica dello stesso esercizio." In seguito definirà questo "il giorno dei tiri liberi esistenzialmente pregni". 

Quello che può stonare è solo leggere queste parole in bocca a un ragazzo di diciassette anni che può essere vista come una forzatura il creare dei personaggi adolescenti con una profondità di pensiero più puntuale di un 30-40-50enne, quello che penso io è che questi due personaggi avendo un numero di giorni limitati (come tutti noi) ma con un livello di consapevolezza molto più elevato del nostro, abbiano sviluppato una riflessione molto più profonda su ogni piccola cosa per rendere il loro poco tempo molto più significativo.
Hazel Grace, ossessionata da un libro che parla in maniera lucida e onesta della sua malattia, ha una visione di se stessa e della vita molto cinica e lucida, si auto definisce "effetto collaterale" del processo evolutivo dell'umanità che per progredire attraverso le mutazioni genetiche provoca ogni tanto degli "scarti" organismi che sviluppano cellule tumorali. Parla molto spesso di "effetto collaterale", all'inizio definisce la depressione come "un effetto collaterale del morire", per lei anzi, tutto è un effetto collaterale del morire. Il discorso può sempre molto triste e cupo, invece è un racconto molto divertente, perché come lei stessa afferma "a questo mondo si può sempre scegliere come raccontare le storie tristi, e noi abbiamo optato per la versione divertente". E' divertente nella maniera in cui con una scheggia conficcata nel fianco qualcuno ti fa ridere, ma mentre ridi, che è già di per sé una risata disperata, senti fitte di dolore.Il dolore per la terribile realtà in cui questi due giovani stanno vivendo.
E' una storia d'amore, ma non è solo questo, è una profonda riflessione sugli effetti collaterali del morire, sull'oblio, sull'esistenza umana e anche sul cancro. E' "leggera" perché quasi non ci si rende il conto di leggere, ma la storia è come se si ricreasse dentro di te, è come vivere davvero tra questi personaggi che sono quasi persone. E' un viaggio nel metaromanzo. Sono sicura che piangerai a leggerlo o a vedere il film, non ti fidi? Try me.


Vorrei allegare ancora uno scambio di battute tra Hazel (malata di un cancro con metastasi nei polmoni) e Augustus (con un sarcoma alla gamba, che è stata amputata e ora si trova in sedia a rotelle). NB (Isaac è un altro loro amico dal gruppo di sostegni di ragazzi malati di cancro reso cieco da un tumore agli occhi)
Parla Hazel 



Ci sarebbero ancora molte altre cose da dire su questo libro, ma adesso non mi vengono in mente, forse dovreste semplicemente leggerlo o aspettare il 4 settembre e andare a vederlo al cinema.
XOX 
Marì

giovedì 17 aprile 2014

L'estraneo più estraneo



I buoni e i cattivi,
Angela Carter,
1969, 218 pp., 14;
trad it. di Simona Fefè

Eccomi! Dopo una lunga assenza di letture bulimiche, torno a recensire un libro di Angela Carter, una delle mie preferite, appena concluso. Premetto che essendo la lettura così vicina, sento ancora quel disagio emotivo che lascia il chiudere un libro che hai amato e dunque la mia recensione potrebbe essere velata di romanticismo (Dio me ne scampi!). E questo della Carter l'ho amato davvero. E' un libro difficile e denso e temo dovrò fare dello spoiler per riuscire ad analizzarlo. In questo romanzo che può essere definito di genere fantascientifico post-apocalittico vi sono molti dei temi che affronterà in altri romanzi e racconti, ma anche degli spunti differenti, che lasceranno spazio alla riflessione filosofica sulla parola. Marianne è la protagonista del libro, nonché punto focale della narrazione (sebbene sia svolta in terza persona): in un Inghilterra desolata dopo una guerra (mai raccontata nei dettagli) che ha spazzato via la maggior parte dell'umanità e della cultura, gli unici sopravvissuti sono raggruppati in diversi strati sociali: ci sono in Professori che sono sopravvissuti alla guerra e sono gli unici custodi della conoscenza pre-apocalittica, che vivono in villaggi e ne sono i reggenti. I villaggi vengono costruiti dagli Operai e protetti dai Soldati. Fuori dai villaggi vi sono i Barbari che vengono reputati i "cattivi" dagli abitanti dei villaggi, perché essendo girovaghi di tanto in tanto fanno razzie nei villaggi per procurarsi oggetti, manufatti e vettovaglie. Poi ci sono Quelli di fuori, che sono sub-umani, probabilmente deformi a causa di bombe nucleari della Guerra ancor più selvaggi dei Barbari e temuti da tutti. Marianne vive in un villaggio ed è figlia di un Professore di Storia e in tenera età assiste alla uccisione di suo fratello durante uno scontro con i Barbari, scioccata ma anche attratta dalla figura atavica e ancestrale che era il barbaro, conserverà per sempre l'immagine dell'uccisione di suo fratello. Un'altra caratteristica degli abitanti dei villaggi è che hanno così tanto tempo per studiare e annoiarsi, che molto spesso impazziscono e compiono stragi. La madre di Marianne, infatti, a seguito della morte del figlio si toglie la vita, e dieci anni dopo la tata di Marianne impazzisce e uccide con un'ascia il padre della ragazzina. Tutto quello che amava era andato in fumo, dunque Marianne non si sentiva più a casa e anche la sua stesa identità era incerta; come atto di ribellione alla sua femminilità si taglia i capelli cortissimi. 
"Adesso era proprio brutta e rimirava la sua bruttezza davanti ad ogni specchio provando un piacere violento"
Dopo qualche tempo il villaggio viene attaccato nuovamente dai Barbari e Marianne che vede un Barbaro ferito che si rifugia in un fienile, mossa dalla pietà va a soccorrerlo e qui coglie l'occasione di scappare con lui.
"Era partita con l'intezione di salvare il Barbaro ma ora si trovava ad accettare che a salvarla fosse lui".
Da questo momento inizia la storia travagliata tra Marianne e Gioiello che non è una relazione solo tra loro due: è la rappresenzazione dell'incomunicabilità tra uomo e donna, in una divisione definitiva di genere. E' una storia straziante di amore e odio. "Marianne si trovava in compagnia dell'estraneo più estraneo in cui potesse desiderare di imbattersi."
 Rappresenta la fusione impossibile: tanto che il primo rapporto tra i due avviene tramite uno stupro, il che indica che l'unico contatto possibile tra i due sia possibile tramite la violenza. Anche dopo il rapporto è suddiviso con l'incedere del giorno: quando c'è luce sono lontani, di notte, con il buio e quando i controrni dell'altro si confondo con la notte allora è possibile la fusione dei due corpi, ma mai delle identità. "Non riuscì più a capire dove finiva il buio e dove inziava il suo corpo."
Questa incomunicabilità è un tema su cui Carter insiste soprattutto considerati due fattori: lei e i Barbari non parlavano la stessa lingua e soprattuto quasi nessuno di loro sapeva scrivere, facoltà che condivideva con il medico/santone/sapiente della comunità barbara Donally (probabilmente un ex Professore) che le lasciava degli aforismi quasi chiaroveggenti sulla sua situazione con Gioello.
Un'altro punto su cui insiste è l'apparenza sotto la quale si cela la vera identità, ma che in molti casi si fonda con essa. Lo specchio, tropo ricorrente in tutti i suoi libri, è la superficie su cui si ferma l'apparenza, e nel quale molti dei suoi personaggi stenatono a riconoscersi. Marianne atraverso la bellezza sconvolgente di Gioello riflette su chi siano i buoni e chi i cattivi, cosa significhi l'apparenza, e la ritualità. Descrivendo Gioello, la voce narrante dice infatti:
"L'oscurità si palesava nei contorni alterati del suo volto. Era un'opera d'arte, creata e non generata, un fantastico dandy del nulla, la cui vera natura era stata interamente incasellata nell'aliena e terrificante bellezza di un gesto retorico. La sua apparenza era astratta dal suo corpo e tutto in lui era stato intenzionalmente ridotto al linguaggio dei segni. Era diventato il simbolo di un'idea di eroe."
Ancora sulle apparenze nella voce questa volta della stessa Marianne "Sei talmente bello che non puoi non essere vero [...] Ma penso che a lungo andare, sarò costretta a fidarmi delle apparenze. Quendo ero piccola, giocavamo a buoni e cattivi ma adesso non so più da che parte siano gli uni e gli altri, nè chi siano, e allora che cosa mi resta, se non le apparenze?".
Infine però, dopo travagliate vicende, forse i due riescono a trovare un ultimo seppur effimero contatto.
"Lui sollevò lo sguardo e rimasero a fissarsi fra la meraviglia e il sospetto, come membri sotto mentite spoglie di una cospirazione rimasti all'oscuro dei segnali di riconoscimento, perché a nessuno dei due pareva possibile, né auspicabile, che i loro sensi avessero ragione e che fossero in grado di trovare l'uno nell'altra un impulso alla sopravvivenza in quel mondo ostile".

Marì

venerdì 21 febbraio 2014

Visioni Marine


L’avrebbero trovata morta in un cilindro di vetro, immersa in un liquido giallastro.

Era sudata, i capelli appiccicati sulla fronte: una matassa aggrovigliata. Nel letto, accanto al lei il posto di Massimo era vuoto e un incubo di strattoni, aliti rivoltanti e unghie nella carne le ronzava ancora in testa.
Si alzò per cercarlo, ma nella stanza d’albergo in cui erano arrivati la sera prima tutte le sue cose erano a posto, mancava solo lui. Anche i vestiti erano piegati e disposti ordinatamente sulla sedia. L’immagine buffa di un Massimo che scorrazzava in mutande per l’albergo, la fece sorridere un attimo, poi con un’apprensione sempre più forte, infilò un paio di jeans, una maglietta e uscì dalla stanza.
Il poliziotto che perlustrò la camera confermò che non vi erano indizi che potessero far pensare a una terza persona. Massimo era scomparso e Marina, in una muta agonia continuava a sperare di vederlo apparire, come se nulla fosse, da dietro la porta della stanza. Tra meno di quarantotto ore avrebbe dovuto prendere il treno che l’avrebbe riportata a Roma, tuttavia, era fuori discussione che potesse tornare indietro se non lo avesse ritrovato.
Cominciò a frugare nei posti che lui amava di più a Torino, nel caso si fosse trattato solamente di una crisi e non qualcosa di peggio: la sala da tè in corso Moncalieri, il bar Torino, le panchine di fronte alla Mole. Nulla. Non trovò altro che posti vuoti.
Trascorse un tempo indefinibile, poi la vennero ad arrestare: avevano trovato il corpo di Massimo impigliato in un ramo fluttuante nell’acqua del Po. Al collo aveva segni di strangolamento, segni sottili di dita sottili. Incominciarono subito le indagini per omicidio, l’unica evidenza inconfutabile era la presenza di Marina nella stanza in cui era stato ucciso Massimo.
La cella in cui la misero insieme ad altre donne era gelida, umidiccia e grigia; le pareti le vorticarono intorno e un senso di soffocamento la sopraffece per un attimo. Poi rivide le sbarre grigie, ed era ancora imprigionata in una stanza buia nell’incertezza di quello che stava per capitare. La scortarono nell’aula di tribunale, il pubblico ministero era una donna dai capelli castani, tagliati sulle guance e un tailleur grigio canna di fucile.
Non si rese conto di come fosse finita sulla sedia dei testimoni, ma intorno a sé vide le sbarre di legno disposte in un semicerchio, che assomigliavano in maniera inquietante e ridicola ai podi di Forum in cui due attori pagati bisticciavano di fronte ad un giudice fasullo. Mentre pensava a questo, il pubblico ministero fece per avvicinarsi a lei, ma le sue mosse si bloccarono: uno strato bianco salì come un esercito invisibile dai piedi della donna fino a inglobarle prima le gambe e poi tutto il resto del corpo, la scena rimase pietrificata fino a che si ruppe in mille pezzi e il buio totale avvolse la mente di Marina.
Quando riaprì gli occhi, il bruciore glieli trafisse, allora li richiuse subito. Era immersa nell’acqua o così sembrava, non riusciva a respirare e si agitò cercando di far uscire di qualche centimetro la testa dall’acqua, solo piegando il collo poteva respirare in quei cinque centimetri di aria. Vaghi ricordi della nottata precedente riemergevano dal buio della sua mente. Ricordò il dolore lancinante di una spalla lussata, e il volto conosciuto di un uomo, che però adesso sfuggiva alla sua comprensione.
Pian piano che la coscienza tornava, il dolore alla spalla tornò in superficie, e doveva avere anche dei graffi sulla schiena. Non riusciva a vedere nulla e sentiva che i respiri si facevano sempre più inefficaci, l’aria scarseggiava e il pensiero di Massimo la investì come un pugno. Che fine aveva fatto?
Ricordava che la sera prima erano tornati dal ristorante un po’ alticci, lei era appoggiata allo specchio dell’ascensore con i tacchi in una mano e l’altra mano tra i capelli di Massimo, quando l’ascensore si fermò al loro piano e la figura di… Nulla non riusciva a far tornare alla mente il volto dell’uomo che li guardava dall’altra parte del corridoio, l’aveva riconosciuto, aveva già visto quello sguardo freddo, determinato, ostile, ma non riusciva più a connettere un pensiero con quello successivo, l’ossigeno stava terminando. I polmoni cominciarono a contrarsi in spasmi dolorosi.
«Devi affrontarla questa rabbia» risentì la sua voce risuonare nelle orecchie, ma non ne capiva il significato, si sforzò di nuovo ad aprire gli occhi, ma quello che vedeva erano solo ombre appannate, giallastre, fantasmi neri che si muovevano in uno sfondo che sembrava un obiettivo di una macchina fotografica.
Buio.
Sei mesi prima un paziente di Marina rischiò di affogare essendo stato sbalzato fuori dalla sua barca durante una tempesta. Rimase in cura da Marina diverso tempo e lei gli consigliò di affrontare la paura tornando in mare, piano piano e in condizioni di sicurezza. Dopo qualche uscita, l’uomo sembrava stare meglio e decise di portare con sé sua sorella, quel giorno il cielo sembrava sereno e prometteva un giornata limpida, ma il tempo non mantenne la promessa e un temporale improvviso fece sprofondare nel panico l’uomo, che non seppe evitare la disgrazia.
Una sola era la responsabile di quella morte.

Marina.

Maria Cozzupoli