venerdì 5 ottobre 2018

Il silenzio dell'acqua


Il silenzio, è vero, dice molto di più di parole, azioni, e gesti.
Il silenzio mi dice molte cose ma non so bene come interpretarle. Per la prima volta nella vita, non so come agire. 
Sto camminando contro corrente.
Qualche settimana fa ho guadato un torrente insieme a degli amici e l'adrenalina di attraversare un fiume, la paura di essere trascinati via erano reali. Oggi mi sento in quel modo, ma senza il batticuore dell’adrenalina, svuotata di felicità e semplicemente inondata dallo spleen.
Come dicevo nel post precedente, mi sono riconosciuta in alcune parole, ma questo riconoscermi mi abbatte. Mi fa sentire con tutta la sua forza la mia fragilità e la mia quando ascolto quelle parole.

Forse è per questo che chiudo una parte di me dentro a uno scrigno, un vaso di Pandora che tengo lontano dalla luce. Ho semplicemente paura che lo spleen possa travolgermi, come sta facendo in questi giorni.

Però, devo dirlo, lo spleen è emerso prima della famosa epifania, ha cominciato a scorrere da qualche settimana per via del grigiore che la mia vita stava acquisendo

Forse, il mio vaso ha delle fessure: ombre ed estro creativo si stanno facendo spazio. Forse è solo la necessità di scrivere ed esprimermi di nuovo, è questo che mi sta succedendo. Forse, forse, forse…

mercoledì 3 ottobre 2018

Lo straordinario incontro di due solitudini


E ci risiamo, ciclicamente torno a casa. Amo scrivere e dovrei smetterla di soffocare me stessa in nome dell'autocritica pesante, dei giudizi altrui o del grigiore della vita. Stavolta vi (?) scrivo perché mi è successa un'esperienza straordinaria, che non avevo mai nemmeno osato immaginare di vivere. È successo che ho riconosciuto me stessa, la mia visione, il mio sentire in alcune parole, in alcune canzoni, ad essere precisi. Ho riconosciuto la mia stessa condizione di vita, il mio punto di vista, le sensazioni che provo, nelle parole, anzi in ciò che sottende alle parole, di una certa persona. Ovviamente non posso scrivere chi sia, ma voglio usare questo spazio perché non posso esprimere questa mia sensazione a nessuno, se non a me.
Nella mia vita mi sono sempre sentita fondamentalmente sola, sola anche insieme agli altri, sola come se fossi separata da un vetro che separa me dagli altri e viceversa, un vetro dal quale osservo il mondo e che si frappone tra la mia intimità e il mio essere esterno che apparentemente ride e scherza con tutti.
Nella mia vita, come sapete, ho letto molto, ho ascoltato musica, mi sono innamorata di versi e di opere d'arte, ho visto in queste cose la rappresentazione di quello che stessi vivendo. Ma in questo caso è diverso: non vedo una rappresentazione di me, vedo l'essenza. È quasi come se avessi scritto io quelle canzoni, ma con un linguaggio diverso, è come se fossi io, quella persona. Questa sensazione mi sconvolge e mi turba profondamente. Non è amore o desiderio, sia chiaro, è un profondo senso di riconoscimento. Un riconoscimento così penetrante, in qualche modo, che mi ferisce e allo stesso tempo m'inchioda. Le sue parole mi feriscono perché mi riportano a una condizione di nudità, a riscoprire Marina, lo spleen, la melanconia e la solitudine che tengo sempre chiusa tra lo stomaco e lo sterno, che sempre inghiotto mentre sorrido. Sono proprio una sagoma, praticamente un giullare, che ogni tanto fa intravedere le sue ombre.
E forse non riuscirò a squarciare il silenzio, per avvicinarmi a questa persona e chiederle conferma di questa mia sensazione, per farmi capire se sia completamente pazza e visionaria, se abbia frainteso, se mi sia fatta una pippa mentale megagalittica, o se invece, forse io abbia incontrato qualcuno che sia proprio come me. Qualcuno che possa alleviare, anche di poco, questa solitudine che mi insegue come un'ombra, anche se spesso mi tiene compagnia. Qualcuno che si avvicini, per dirci: sì! Sei strana/o proprio come me! Chissà se questi due universi potranno mai incontrarsi, o se invece continueranno a vagare senza sosta su strade parallele.

Per il momento gli voglio dedicare una poesia di Frida Kalho.

Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo
 ma poi ho pensato, ci sono così tante persone nel mondo,
ci dev’essere qualcuna proprio come me,
 che si sente bizzarra e difettosa nello stesso modo in cui mi sento io.
Vorrei immaginarla,
e immaginare che lei debba essere là fuori
e che anche lei stia pensando a me.
Beh, spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò,
tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te.

La stranita Marì.

sabato 27 agosto 2016

Fallin'





Il problema non è tanto toccare il fondo, ma lo schianto. Se fosse una discesa lenta, uno avrebbe il tempo di abituarsi alla situazione, osservare le pareti del precipizio mentre, piano piano, ti adagi sul fondo. E invece no, ti ritrovi schiantata, a pezzi, senza fiato a osservare il cielo, a chiederti: "ma come cazzo ci sono finita qui?" Avevi promesso di rimanere aggrappata, non dico in cima, ma almeno a metà, di non farti distrarre di nuovo dalle sue parole, sguardi, voce, ricordi. Poi ti volti e un momento dopo sei disintegrata al suolo. E non è un dolore da disperarsi e piangere e urlare. È un dolore stupefatto, che immobilizza. Non gridi, non piangi, non ti disperi. Sei inquieta e osservi il mondo, immobile, per paura di rompere le uniche ossa rimaste intatte, hai paura di respirare, di guardare o parlare, perché non sai quale scheggia muoverai, e quanto male farà. Non aspetti nemmeno che una folata del suo vento ti riporti in cima, e se arriva ti aggrapperai al fondo, perché su quella cima hai deciso di arrivarci da sola. Il silenzio. Una cosa hai imparato: a stare in silenzio e non stimolare più nessuna di quelle cose che ti hanno buttata così in fondo.

Se potesse questo buio cancellare l'universo forse ti potrei guardare e non sentirmi così perso



Occhi da orientale che raccontano emozioni

sguardo limpido di aprile di dolcissime illusioni

tutto scritto su di un viso che non riesce ad imparare

come chiudere fra i denti almeno il suo dolore

Più di cinquecento notti già mi sono innamorato

di una bocca appena aperta di un respiro senza fiato

se potesse questo buio cancellare l'universo

forse ti potrei guardare e non sentirmi così perso



ma tu dormi ancora un po' non svegliarti ancora no

ho paura di sfiorarti e rovinare tutto

no, tu dormi ancora un po' ancora non so

guardarti anch'io nel modo giusto

nei tuoi occhi disarmanti



sono occhi di ambra lucida tra palpebre di viole

sguardo limpido d'aprile come quando esce il sole

ed io sarò la nuvola che ti terrà nascosta

perché gli altri non si accorgano di averti persa



ma tu dormi ancora un po' non svegliarti ancora no

ho paura di sfiorarti e rovinare tutto

no, tu dormi ancora un po' ancora non so

guardarti anch'io nel modo giusto



nei tuoi occhi innocenti disarmanti devastanti

quei tuoi occhi che ho davanti

tienili chiusi ancora pochi istanti



occhi da orientale che raccontano emozioni

ed io cos'altro posso fare io posso scrivere canzoni

i tuoi occhi...



se potesse questa musica annullare l'universo

forse ti potrei guardare e non sentirmi perso

nei tuoi occhi...

disperso...

nei tuoi occhi...

mercoledì 13 luglio 2016

Life imitates art






Questa mattina, mentre uscivo di casa, ho assistito a una scena che potrebbe essere utilizzata per l'inizio di una commedia romantica: un ragazzo che abita nel mio condominio stava camminando con gli auricolari al collo, il cane al guinzaglio e gli occhiali da sole. E' arrivato davanti al portone, e da un angolo è sbucata una ragazza bellissima, bionda vestita in verde anche lei a passeggio con il cane. I due cominciano a giocare e guinzagli finiscono inevitabilmente per attorcigliarsi. L'evento in sé semplice e banale fa scoppiare entrambi in una risata altrettanto semplice ma bellissima. A volte nel mondo c'è talmente tanta bellezza da mozzarmi il fiato. Forse è per questo che amo scrivere, per ricordarmi di questi attimi che altrimenti scorrerebbero via nel caos della vita quotidiana. Forse la vita, come direbbe Oscar Wilde, imita l'arte. Non il contrario.





xox

Marì


mercoledì 6 luglio 2016

Dammi mille baci

Mi ha accarezzato i capelli e il mio cuore ha martellato così forte che ho pensato: se mi bacia, muoio.
(Stefano Benni)

Rassegna dei baci più belli, secondo me, del cinema




La giornata mondiale del bacio m’ispira.
M’ispira sì perché di baci, nella vita, se ne danno tanti. Ma ci sono alcuni baci che si conficcano come vetri nei polmoni e quando ci ripensi, smuovendoli, ti feriscono ogni volta. Sono quelli i baci che ti ricorderai per sempre.
Dei baci che ho dato, non dico di ricordarli tutti perché sarebbe impossibile, ricordo le persone a cui li ho dati, ma i baci che ricorderò per sempre sono tre, penso.
Il mio primo bacio, quello che reputo l’ultimo bacio con B, e un altro di cui non sono pronta a scrivere.
Il mio primo bacio è stata un’emozione fortissima, più forte della mia prima volta. Appena quattordicenne, mi ero imbarcata del figlio della parrucchiera di mia nonna. Un ragazzetto bellissimo con la passione per il disegno e un senso dello humor travolgente e dissacrante. Dopo qualche mese di battute e flirt senza freni, un pomeriggio di metà settembre mi accompagnò a casa e successe: tremai per le due ore successive. Per molto tempo ho pensato che fosse il bacio più bello che mi avessero dato. Solo dopo capii che lo avevo idealizzato, non per sminuirlo per carità, ma perché dopo qualche anno ci rincontrammo e ci frequentammo per qualche tempo, lì mi resi conto di aver ingigantito tutta la faccenda per molto tempo .
Il secondo bacio che rimarrà indelebile nella mia memoria, non solo per quello che era, ma per quello che ha rappresentato per me, è stato quello che reputo ultimo bacio con B. Sì, perché non è stato tecnicamente l’ultimo, ma quelli che ci furono dopo erano baci di disprezzo, rammarico, erano baci di disperazione, invidia, d’amore disperato.
Quell'ultimo bacio, invece, era mescolanza perfetta tra amore e struggimento, un bacio accompagnato da una lacrima, solo una, sul mio viso. Dopo aver finalmente scaricato su di lui il peso di quel “Ti amo” che mi stava consumando internamente, che stava disintegrando la mia forza d’animo, il mio sorriso. Quel “Ti amo” detto il giorno del mio compleanno, che per me è sempre un giorno particolare. Quello è stato il ti amo più sincero della mia vita. Non perché io non abbia più amato, ma perché ad oggi posso dire che niente è mai più stato così, come quel bacio. Ho provato altri bei sentimenti, dopo, ma niente come quell'attimo d’amore e struggimento insieme.
E poi quest’ultimo bacio di cui non sono pronta a scrivere perché mi spaventa a morte. È stato un bacio che per me ha significato fare l’amore. Mi spiego, per me fare l’amore è spogliarsi completamente: le paure, i freni le inibizioni e le maschere davanti a una persona e lasciarsi guardare, lasciare che le proprie debolezze emergano e non fare niente per fermare l’altra persona dall'osservare e dal giudicare, se lo desidera, quelle falle.
In questa accezione, fare l’amore con un bacio è l’emozione più profonda e intima che potessi sperimentare. Che poi è più importante quello sguardo che precede il bacio. Quello sguardo che va oltre agli occhi, ti scava dentro, in silenzio e ti travolge. Ti ricorda quando in passato ti hanno capita e vista, ti fa comprendere come sia simile a un altro ricevuto in passato e al tempo stesso diverso e unico. Non penso lo scorderò.

Staremo a vedere.

Mille baci, e altri cento
Marì

Mancarsi


Beh ci vorrà un po' di coraggio per questo. Torno qui, sul mio "diario di bordo", perché è da qui che sono scesa qualche anno fa, dal momento in cui ho deciso che non avrei più sofferto per amore, dal momento in cui ho deciso di chiudere me stessa dietro alla porta piena di luce e di ricordi di cui parlavo in un altro post.
Come al solito, e come mi sono già accorta in passato, tendo a nascondermi, ad abbandonare me stessa in nome della "felicità" dell' "amore", che poi queste parole e questi sentimenti per me, ormai, sono dei vuoti di significato. Non perché non sia felice: non sono mai stata più serena di così, ma perché in nome di questa serenità ho chiuso tutto, ho murato viva Marina, ho buttato la chiave e ho smesso di provare dei sentimenti autetici.
Poi è arrivato il buddismo. Vi ho fregati, eh? Qui di solito avrei scritto: e poi è arrivato "lui", e invece no. E' arrivato il buddismo che con la sua filosofia e la forza della verità che insegna, mi ha lentamente, e incessantemente, avvicinata sempre più a quella porta.
Nel buddismo esiste un termine per questo "Hosshaku Kempon" e significa "liberarsi del provvisorio pe rivelare l'originale", e nel momento in cui ho deciso farlo ho avvertito una fessura di questa porta aprirsi.
Ho visto cos'era provvisorio. E cos'era? mi chiederete voi. Era la mia vita. Tutto quello che stavo facendo in quel momento: rincorrere cose che non volevo, compiere azioni per abitudine, astenermi dallo scrivere, dal pensare, dal riflettere, andare avanti per inerzia, autoconvincermi di essere serena, di aver visto cosa fosse la mia vita e come dovesse essere da qui a vent'anni; essere passiva in definitiva. Era supefluo la scatola in cui ho messo la testa da tutta la vita, questa prima di aver chiuso me stessa dietro la porta. Sì ero chiusa là dentro e in più avevo la scatola in testa. Buffo eh? Cosa può fare una religione, una filosofia, il daimoku.
Avevo promesso a me stessa di non permettere mai più a nessuno di farmi soffrire, ma per farlo avevo rinunciato alla mia parte malinconica, la mia parte oscura, come dicevo un tempo. Adesso questo termine mi fa sorridere, ma, alla fine di tutto, è un termine riuscito se si pensa che quella parte di me la tengo sempre nascosta, al riparto dagli sguardi altrui.
Poi ho cominciato a fare Hosshaku Kempon, e oltre a riaprire quella porta, come ho già detto, ho fatto in mille pezzi anche questa scatola. Era un paraocchi, probabilmente, che non mi permetteva di vedere una parte di me completamente sepolta da strati di esperienze, pensieri e giudizi. Ho deciso di romperla per la sincerità, la verità di cui mi sono sempre fatta baluardo.
Devo dire, però, che ci si sente bene, ci si sente liberi dopo aver tolto i paraocchi, per quanto la vista possa spaventare, mi sarei pentita di più se non avessi visto affatto.
E' dura riprendere il filo del discorso. Perché sì, sono cambiata, sono maturata (anche se non troppo) ma in fondo sono sempre quella ragazzina di cui avete letto fin ora, e adesso sto ricomponendo tutti i pezzi di me che ho lasciato per strada: a partire proprio da qui, dal mio diario di bordo, dai miei sfoghi e dalla scrittura che parte da me, e deve partire da me per essere autentica, perché possa dire qualcosa a chi legge. I raccontini sterili che non contengono nemmeno un pezzetto dello scrittore che li ha partoriti non sono che un mero esercizio di stile.
La ritrovata me,


Marì