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venerdì 21 febbraio 2014

Visioni Marine


L’avrebbero trovata morta in un cilindro di vetro, immersa in un liquido giallastro.

Era sudata, i capelli appiccicati sulla fronte: una matassa aggrovigliata. Nel letto, accanto al lei il posto di Massimo era vuoto e un incubo di strattoni, aliti rivoltanti e unghie nella carne le ronzava ancora in testa.
Si alzò per cercarlo, ma nella stanza d’albergo in cui erano arrivati la sera prima tutte le sue cose erano a posto, mancava solo lui. Anche i vestiti erano piegati e disposti ordinatamente sulla sedia. L’immagine buffa di un Massimo che scorrazzava in mutande per l’albergo, la fece sorridere un attimo, poi con un’apprensione sempre più forte, infilò un paio di jeans, una maglietta e uscì dalla stanza.
Il poliziotto che perlustrò la camera confermò che non vi erano indizi che potessero far pensare a una terza persona. Massimo era scomparso e Marina, in una muta agonia continuava a sperare di vederlo apparire, come se nulla fosse, da dietro la porta della stanza. Tra meno di quarantotto ore avrebbe dovuto prendere il treno che l’avrebbe riportata a Roma, tuttavia, era fuori discussione che potesse tornare indietro se non lo avesse ritrovato.
Cominciò a frugare nei posti che lui amava di più a Torino, nel caso si fosse trattato solamente di una crisi e non qualcosa di peggio: la sala da tè in corso Moncalieri, il bar Torino, le panchine di fronte alla Mole. Nulla. Non trovò altro che posti vuoti.
Trascorse un tempo indefinibile, poi la vennero ad arrestare: avevano trovato il corpo di Massimo impigliato in un ramo fluttuante nell’acqua del Po. Al collo aveva segni di strangolamento, segni sottili di dita sottili. Incominciarono subito le indagini per omicidio, l’unica evidenza inconfutabile era la presenza di Marina nella stanza in cui era stato ucciso Massimo.
La cella in cui la misero insieme ad altre donne era gelida, umidiccia e grigia; le pareti le vorticarono intorno e un senso di soffocamento la sopraffece per un attimo. Poi rivide le sbarre grigie, ed era ancora imprigionata in una stanza buia nell’incertezza di quello che stava per capitare. La scortarono nell’aula di tribunale, il pubblico ministero era una donna dai capelli castani, tagliati sulle guance e un tailleur grigio canna di fucile.
Non si rese conto di come fosse finita sulla sedia dei testimoni, ma intorno a sé vide le sbarre di legno disposte in un semicerchio, che assomigliavano in maniera inquietante e ridicola ai podi di Forum in cui due attori pagati bisticciavano di fronte ad un giudice fasullo. Mentre pensava a questo, il pubblico ministero fece per avvicinarsi a lei, ma le sue mosse si bloccarono: uno strato bianco salì come un esercito invisibile dai piedi della donna fino a inglobarle prima le gambe e poi tutto il resto del corpo, la scena rimase pietrificata fino a che si ruppe in mille pezzi e il buio totale avvolse la mente di Marina.
Quando riaprì gli occhi, il bruciore glieli trafisse, allora li richiuse subito. Era immersa nell’acqua o così sembrava, non riusciva a respirare e si agitò cercando di far uscire di qualche centimetro la testa dall’acqua, solo piegando il collo poteva respirare in quei cinque centimetri di aria. Vaghi ricordi della nottata precedente riemergevano dal buio della sua mente. Ricordò il dolore lancinante di una spalla lussata, e il volto conosciuto di un uomo, che però adesso sfuggiva alla sua comprensione.
Pian piano che la coscienza tornava, il dolore alla spalla tornò in superficie, e doveva avere anche dei graffi sulla schiena. Non riusciva a vedere nulla e sentiva che i respiri si facevano sempre più inefficaci, l’aria scarseggiava e il pensiero di Massimo la investì come un pugno. Che fine aveva fatto?
Ricordava che la sera prima erano tornati dal ristorante un po’ alticci, lei era appoggiata allo specchio dell’ascensore con i tacchi in una mano e l’altra mano tra i capelli di Massimo, quando l’ascensore si fermò al loro piano e la figura di… Nulla non riusciva a far tornare alla mente il volto dell’uomo che li guardava dall’altra parte del corridoio, l’aveva riconosciuto, aveva già visto quello sguardo freddo, determinato, ostile, ma non riusciva più a connettere un pensiero con quello successivo, l’ossigeno stava terminando. I polmoni cominciarono a contrarsi in spasmi dolorosi.
«Devi affrontarla questa rabbia» risentì la sua voce risuonare nelle orecchie, ma non ne capiva il significato, si sforzò di nuovo ad aprire gli occhi, ma quello che vedeva erano solo ombre appannate, giallastre, fantasmi neri che si muovevano in uno sfondo che sembrava un obiettivo di una macchina fotografica.
Buio.
Sei mesi prima un paziente di Marina rischiò di affogare essendo stato sbalzato fuori dalla sua barca durante una tempesta. Rimase in cura da Marina diverso tempo e lei gli consigliò di affrontare la paura tornando in mare, piano piano e in condizioni di sicurezza. Dopo qualche uscita, l’uomo sembrava stare meglio e decise di portare con sé sua sorella, quel giorno il cielo sembrava sereno e prometteva un giornata limpida, ma il tempo non mantenne la promessa e un temporale improvviso fece sprofondare nel panico l’uomo, che non seppe evitare la disgrazia.
Una sola era la responsabile di quella morte.

Marina.

Maria Cozzupoli

venerdì 30 agosto 2013

Marina



Marina è uno di quei personaggi che mi frullano nella testa da parecchio tempo. Mi piacerebbe poter dire che sia un mio alter ego, ma la verità è che lei rappresenta quello che intimamente vorrei essere e che solo talvolta sono. E' una piccola sfaccettatura di me, un riflesso che a volte catturo allo specchio come Vitangelo Moscarda di Uno, Nessuno, Centomila, ma che poi svanisce nel momento in cui la metto a fuoco. Vi offro qui le prime righe di quello che diventerà un romanzo o un racconto, ancora non so, e per maggiorni informazioni su Marina, vi rimando qui:
Marina
Marina
Marina si svegliò in una camera d’hotel arruffata e scarmigliata, i capelli sembravano un groviglio di fiamme esploso nell’accecante visione delle lenzuola bianche accartocciate che l’avvolgevano completamente.
Si tirò su a sedere spaesata: la luce le faceva strizzare gli occhi, e alla sua destra, non c’era il corpo caldo di Massimo, il suo fidanzato. Erano arrivati a Dublino la sera prima per una conferenza su Joyce: entrambi professori universitari, lui di letteratura inglese e lei di americana, seguivano spesso conferenze in giro per l’Europa insieme.
Con la testa ancora pesante, scese dal letto e si sedette sulla scrivania della camera per preparare la caraffa elettrica con il tremendo caffè che ne sarebbe sgorgato da lì a pochi minuti.
Nell’attesa, Marina cominciò a cercare i giro per la stanza qualche segno, un biglietto, magari lasciatole eventualmente da Massimo, nel remoto caso in cui lui si fosse preoccupato di avvisarla della fuga. Nulla. Non sul letto, né sul cuscino, né nella doccia, né nel portacarte standard gentilmente omaggiato dal Trinity College Campus, come suona altisonante, eh? Sì effettivamente sembrava di trascorrere le vacanze a palazzo più che seguire una conferenza letteraria,vi era un’enorme distesa di acciottolato grigio delimitato da palazzi in stile neoclassico bianchi, e al centro un arco con il campanile, che pareva quasi di trovarsi nel cortile di un monastero, più che in un’università.
L’improvvisata detective, che incominciava a riversare nel panico, non aveva trovato nulla. Strano. Una prova era evidente, però, anche se non ai suoi occhi al momento annebbiati: i vestiti di lui erano ancora lì: ordinatamente piegati sulla sedia, la valigetta ventiquattrore con gli appunti dell’intervento che avrebbe dovuto tenere da lì a poche ore, era intonsa, il portafogli e le chiavi della camera ancora nel cassetto della scrivania. Possibile che Massimo si aggirasse solo con i boxer e una maglietta sgualcita dal sonno per un campus universitario? No. Eppure Marina decise di spegnere la terrificante (per un’italiana) caraffa elettrica, indossare un paio di jeans e con la maglietta del pigiama addentrarsi nei lunghissimi corridoi di marmo, vuoti, gelidi e spenti, alle sette del mattino di quel 4 settembre.
Correva leggerissima come un fantasma in quel corridoio senza fine, non aveva fatto in tempo ad indossare nemmeno il reggiseno, presa dalla sensazione sempre più corporea che fosse successo qualcosa di terribile a Massimo.
Quando arrivò alla grande hall del campus, c’erano gruppi di professori in piccoli gruppetti che discutevano con fogli alla mano e occhiali calcati sulla punta del naso. Vi era un brusio concitato e quando Marina entrò trafelata nella stanza, solo alcuni si accorsero di lei guardandola con espressioni incuriosite e sfacciate nello sgomento.
Marina, come in preda al sonnambulismo, vagò nella stanza per qualche momento, poi riprendendo coscienza di sé cominciò a chiedere in inglese se avessero visto il suo ragazzo. Sì, d’accordo uomo, quasi tutti lo conoscevano di fama, ma nessuno o quasi l’aveva mai visto: è alto all’incirca un 1.85, capelli brizzolati, di una strana sfumatura argentea- che senso avesse soffermarsi sui dettagli in quel momento non se lo sapeva spiegare- occhi blu scuro, naso importante, fisico asciutto, quasi rachitico a dire il vero, voce calda, erre moscia. Qualcuno l’aveva visto? Non poteva essere sparito da molto!
I professori si avvicinarono come ad inglobarla e si misero cerchi concentrici attorno a lei, così che nella sua confusione poteva scorgere visi quasi identici che parlavano contemporaneamente e nel chiasso creatosi, le parve di non udire più nulla. In quegli attimi di solitudine forzata per non soccombere ad un tale assalto, Marina socchiuse gli occhi, e con il volume portato allo zero nelle orecchie, venne investita da una serie di immagini confuse, come di sogno: immagini bluastre della camera d’albergo, la sensazione che delle mani forti e ricoperte di peluria l’avessero afferrata forte, strattonata, portata via di peso, forse anche la voce calda di Massimo, in quel momento rotta dalla paura che urlava. Poi in un momento, come uno schianto, riprese ad udire quelle parole forti dei professori, che la trivellavano di domande. E tra i volti riconobbe quello di Amilcar Romero, capo dipartimento di letteratura inglese all’università di Madrid, unico volto amico in quella panacea di esaltati.

giovedì 21 aprile 2011

Marina



Marina era una giovane donna con lunghi capelli mossi castano ramato, il viso tondo e un naso sottile lentigginoso che mi faceva impazzire. Un paio di occhi nocciola leggermente a mandorla, che quando mi guardava rabbiosa sembrava che s'infuocassero: avevano un magnetismo tutto particolare, infiltrante. Non riuscivo a starle lontano per più di mezz'ora: dipendente dai suoi discorsi di una sagace spttogliezza, che avevano l'abilità di non lasciarmi quando lei mi lasciava ... Perché parlare di Marina? Perché Marina era tutto. Era quella che si poteva definire una donna complessa. Nervosa e sempre con teorie nuove sulla realtà.
Il nostro era un rapporto fragile, avevo paura di avvicinarmi troppo e frantumare quello che c'era. Avevo paura persino di toccarla. Vedevo nei suoi occhi quelle contradditorietà tipiche degli uomini di grande intelligenza e per questo più volubili...e per questo sfuggenti, incredibili, imprevedibili e bellissimi.
Marina è arrivata alla locanda Josephine quando ancora non sapevo nulla sul mio passato, lei con la sua veemenza ha sradicato tutte le mie convinzioni e mi ha mostrato la verità su di me. Come fare a non amare un essere così?
Leggera eppure terribile a volte nella sua freddezza . Come fare a descrivere le emozioni e i limiti che poneva con tutti, anche con me, nonostante fossi sicuro del suo sentimento.
Se è vero che ci innamoriamo delle persone perché ci mostrano le nostre mancanze, allora è così che sono caduto nella sua vita, tra le sue parole, e non mi sono più rialzato. Semplicemente perché sono diventato il suo personaggio preferito e lei la mia narratrice preferita.
Marina è vita, Marina è parole, pensieri, storie.
Marina è mia.

Martin.

giovedì 4 febbraio 2010

Il fiume(27-12-09)


Durante quelle giornate di un giugno soffocante, la scuola era finita e mi ritrovavo ogni mattina con la ruvida sensazione della roccia sotto i piedi. Alcuni schizzi freddi del fiume inumidivano le mie guance paffute mentre, con un legnetto senz’anima, scioglievo le immagini dei miei ricordi che scorrevano veloci insieme all’acqua cristallina. Le mie trecce color mogano risuonavano alla brezza leggera che mi portavano da lontano le voci di Rosalie, mia sorella, e dei bambini con cui giocava. Un tappeto d’erba verdissima li incorniciava in un quadretto che sapeva d’antico, Rose praticamente identica a me, lasciava i suoi capelli color platino disordinati sul corpo esile.
-kate!- volevano che giocassi con loro, ma il fiume sentiva sempre la mia mancanza quando l’abbandonavo.
Così ogni mattina nel vestitino di lino bianco che la mamma aveva rammendato per me, ascoltavo la voce del fiume che , insieme a quella del vento sembrava suonare la musica che ascoltava sempre mio papà di un certo Debussy. Mi innamoravo delle figure in fuga continua tra un masso e l’altro che il fiume, bonario com’era, mi mostrava. Erano le mie speranze da bambina trasfigurate in realtà del futuro e io sorridevo nell’immaginarmi a nuotare nelle sue acque e fondermi con esso per assaporarne il gusto e farmi travolgere dall’onda di vita che solo lui avrebbe saputo regalarmi.
Alla fine l’amore così grande mi prese fra le mani e mi abbracciò nel nostro restare eternamente insieme.

…

Quella mattina mi svegliai pesante, la maglietta appiccicata all’addome e un senso di vuoto penetrante. Mi alzai tentoni dal letto cercando di non farmi del male con gli oggetti stranamente disposti nella casetta che mi sembrava diversa da sempre. Alla fine dell’impresa avvertii la sensazione fresca e viscida della ceramica del lavandino.
Quando attivai l’interruttore della luce, un terrore improbabile fece palpitare il mio cuore in maniera disumana. Una sconosciuta allo specchio imitava le espressioni che dovevano essere dipinte sul mio volto. Tastai il groviglio di capelli biondi cercando disperatamente invano le miei trecce mogano solitamente infiocchettate con nastri di seta bianca. Indagai inorridita le curve di un corpo troppo cresciuto per una sola notte di sonno.
Quella ragazza sarà stata sulla ventina, ed io avevo appena nove anni.
In preda al panico corsi fuori dalla baita di legno inciampando sui mobili di cui non ricordavo l’esistenza, poi la luce riflessa sul prato verdissimo, inondò la mia vista per un attimo angosciata nella ricerca della roccia a me famigliare.
Eccola.
Ero fremente dall’idea di cosa avrei visto una volta affacciata sul fiume.
-buongiorno Rosalie-finalmente trovai quello che stavo cercando, la voce di Kate che mi calmò con i suoi soliti racconti.

Parlarono, si ritrovarono, come sempre dai dieci anni dalla morte di Kate.

Maria Cozzupoli

lunedì 25 gennaio 2010

Dreams...A little story



C'era un volta una bambina con un pesante libro in mano. Se lo portava dietro ovunque e non permetteva a nessuno di toccarlo né tanto meno di leggerlo.Era una bimba con degli occhi blu che guardava sempre tutti con un'aria trasognata come se vivesse in un mondo parallelo con l'anima e nel mondo reale col corpo.
Viveva nei tramonti arancioni di una scogliera a strapiombo sul mare e, ogni tanto, apriva furtiva il suo libro, senza farsi vedere da nessuno.Leggeva e leggeva.
Un giorno, senza poter resistere alla tentazione di spiarla, mi appostai dietro ad un pino silvestre, per attendere il suo arrivo all'ora del tramonto.
Con sorpresa m'accorsi che lei non c'era e al suo posto trovai solo il suo librone aperto sul dorso, mentre il vento curioso ne carezzava le pagine con le sue dita impalpabili.Mi avvicinai con lo stomaco chiuso per l'emozione.Toccai le pagine ruvide che sembrarono sussultare al mio contatto leggero.
Incominciai a sfogliarlo incuriosita, immersa nella purpurea atmosfera del tramonto.
Non c'erano scritte, solo immagini come istantanee di una cinepresa che si susseguivano quasi in tempo reale.
Era una città, non l'avevo mai vista prima, automobili che sfrecciavano, un ambiente tanto grigio da farmi quasi dimenticare i bei colori della mia cittadina.
Persone e volti sconosciuti continuavano a correre sotto i miei occhi desiderosi di coglierne il senso....

Boohm!!
Un grande frastuono che somigliava ad un libro chiuso all'improvviso...Buio...

Maggie ripose il suo piccolo diario segreto nell zainetto, si guardò dalla profondità dei suoi occhi blu e, una volta soddisfatta delle sue codine bionde sulla nuca, scese in strada ad aspettare che lo Scuolabus la portasse via...

Maria Cozzupoli

venerdì 24 luglio 2009

otto giorni


Correva, le lacrime le si asciugarono sul viso. Con lo sguardo basso a terra vedeva l’erba verdissima scivolarle sotto i piedi,sentiva solo il respiro affannoso e il vento contro le orecchie. Alzò lo sguardo e le si spiegò di fronte un paesaggio quasi paradisiaco.
Si fermò osservando il trionfo di colori e odori, l’udito la portava a lontane voci di bambini. Via di nuovo, col cuore in gola, avvertì la fresca sensazione della battigia sotto i piedi; il rosso porpora del tramonto la avvolgeva, e si fece travolgere dalla malinconica emozione della fine di un giorno. Lo scenario era cambiato. In riva al mare con i leggeri schizzi marini e il vento che le scompigliava i capelli, cominciò di nuovo la sua corsa disperata e liberatoria, intorno il buio cominciava a circondare la sua vista.
Poi un forza estranea si oppose alla sua corsa. Solo un forte frastuono.
Avvertì una umida e fredda parete spingere contro la sua guancia, sentì pesare il lento precipitare della pioggia sulle palpebre e il dolciastro sapore di sangue misto a lacrime pervase il palato, come in un micidiale rallenty sentì le sue dita percorre le linee di un taglio profondo sulla tempia.
Un secondo dopo l’atro, come in un sogno tornava invece alla realtà, accecata dal dolore; assestò una fitta più forte la fitta al cuore inflitta dalla realtà che prendeva forma:a stento dopo essersi tirata su, incominciò a disegnare con lo sguardo i contorni ancora sfocati di un luogo che aveva vissuto insieme a lei…
Incosciente era corsa di nuovo lì, il cuore batteva forte contro la cassa toracica.
Il suo corpo veniva sollevato da una forza sconosciuta,si aggrappò istintivamente,mentre il capo le ricadeva sulla spalla del padre, il buio avvolgeva lo scorrere delle lacrime, l’udito scandiva il battito del suo cuore ,sempre più flebile…Silenzio…
Il padre ripose il corpo apparentemente esanime sul letto ,il pugnodella sua bambina stringeva forte un pezzo di carta stropicciato, una pagina strappata del suo diario, lesse e cominciò a piangere lacrime di amori sepolti sotto polvere di una pesante quotidianità…


Notte del 18 agosto 2007

correva a braccia aperte nella brezza notturna,provando una fitta ad ogni passo nelle piante dei piedi,le lacrime cominciavano a bagnarle gli occhi per il vento penetrante sul viso,sentiva solo il rumore del suo respiro dentro avvertiva l’ esplodere di una colorata sensazione di gioia intensa, rideva costellata come il cielo sopra di lei.

La luna disegnava figure frastagliate sulla superficie marina,lo sguardo di lui saltava da una stella all’altra cercando di capire il mistero di antiche costellazioni di antiche divinità che si susseguivano in un scintillio incessante. Quando la sua attenzione venne catturata da una figura che si muoveva scomposta tra le ali del mare, come in un urlo muto vedeva la libertà personificata in un essere goffo e grazioso al tempo stesso. Vide rovinare a terra quel concetto ideale, scattò verso l’oggetto del suo interesse, definendo ogni istante di più i particolari:era una semplice ragazza, ora si stava tenendo la caviglia ferita,intorno una pozza violacea tingeva le piccole pietruzze rendendo più nero lo sfondo marino.

D’improvviso avvertì come una grossa mano trattenerle la caviglia,ruzzolò a terra sentendo una fiammata di bruciore. Guardò verso il basso e s’accorse di essere inciampata su un ramo. Udì come un rumore di pietre discoste e scorse una figura corrergli incontro.
-Ciao!Ti sei fatta male?Hai fatto un volo!-

Con la voce incrinata dal dolore rispose –Ahi! Si abbastanza,non stare fermo impalato,dammi una mano!Io sono Eva-Disse così mentre i profondi occhi nocciola si riempivamo di lacrime.

Marco intravide nella penombra un bagliore negli occhi di lei, sentì qualcosa rigirarsi nello stomaco, e un impulso più forte di lui lo spinse ad afferrare quel corpo fragile.

Detta l’ultima frase non udì più nulla, sentì solo la sua testa cadere ciondoloni sulla spalla di quel ragazzo misterioso.

Il sangue scorreva copioso dalla profonda ferita, e improvvisato infermiere, curò il taglio e si rannicchiò ai piedi del letto osservando la nuova creatura entrata nella sua vita, i capelli color miele cadevano sul risvolto della coperta osservava le linee del suo volto,e sentiva una sensazione di felicità incominciare ad espandersi dalle dita fino al viso.

Bastò quella sera, un amore folle prese i due giovani, gli occhi color oltreoceano di lui risplendevano di luce propria, correvano fondendosi nel sapore dalla libertà di amare, 8 giorni:il primo si conobbero, il secondo si baciarono, il terzo videro nascere l’alba, il quarto corsero fino a perdere il fiato e ogni punto di riferimento, il quinto si amarono, il sesto si amarono, parlarono risero e piansero sembrava un sogno: sapevano tutto l’uno dell’altra, il settimo fecero una pazzia e presero il paracadute trainato dal motoscafo, il vento fortissimo comprimeva i loro corpi che dalla riva sembravano uno, Marco strinse forte le sue braccia alla vita di lei;lei si volto ridendo, con la felicità nel cuore e l’adrenalina nelle vene dipinse nella sua mente quell’attimo e quel profumo di fresco misto a libertà- Ti amo!- le urlò lui, con gli occhi che luccicavano per il vento e l’emozione. Lei si voltò contenta stringendosi al suo Marco. Notte tra il settimo e l’ottavo giorno: chiusi in una stanza che sapeva di salsedine , sdraiati sopra ad un lenzuolo azzurro, alle pareti, reti verdi e stelle marine affisse sul legno consunto .Si amarono più volte, poi dormirono, all’alba lo sguardo sognante di lei disegnava il suo volto,si avvicinò e sussurrò -ti amo- e si alzò per godersi l’alba sulla cresta del mare,lui si volse e sorrise .Aveva sentito tutto.Quel pomeriggio,lui prese la moto per una commissione,ma non fece più ritorno.


Dalle pagine del diario di Eva, accartocciate nel suo pugno chiuso, trovate dal padre il 18 marzo 2009.


“Osservo il volo delle rondini
Si poggiano sul mare di sensazioni
E allargano cerchi di silenzio
Che nell’anima pace infondono
E nel cuore tempesta agitano
Le grida del silenzio mi incutono
Un terrore celato e nascosto
Un palpitante fremito d’azione
Dietro ad una maschera limpida
L’anima canta sulle urla del cuore

E capii d’amarti dal vento
Distrugge ma da forza di costruire
Ti amai come il sole che da lungi
Mi osserva,illumina e scalda
Mi fusi in te come gabbiano
Nella purpurea malinconia della sera
E capii di amarti nel sogno
Di fragranti risate puerili
Come il profumo che’l passato rimembra
E ti coglie nel colpevole giorno
Ricordando il buio del cuore
E capii di amarti dall’immagine
Della libertà del mio amore
E del tuo corpo che è svanito
Un palpitare d’ali di farfalla
Il tuo seguito è magia e vita
Rumore di un battito di ciglia
E capii di amarti da sola
Udendo il pesante tonfo di gocce
Dalle finestre sulla realtà
Alle camere della dimenticanza
E capii d’amarti dal suono
Del suo sorriso sulla mia pelle
Se continuerò a vagare per valli
Se volerò su posti che parlano
Di te e di me
Semmai ti arriverà il mio pensiero
Sappi che ti aspetterò e ti
Incontrerò alla brezza della sera

...Marco continui ad essere l’unica musa
Ancor mi manchi come fiato
L’essenza di te vive nello sguardo
Ogni volto ricorda la tua figura
Ogni passo che mi allontana da te
Toglie vitalità alle giornate

E capii di amarti ancora
E capisco di amarti ora

E sentirò per sempre la tua mano nella mia
Quando il giorno finisce e il buio porta nostalgia
E avrò il sapore di un tuo bacio sulle labbra
Quando il cielo si tingerà di rosa e una lacrima
Verrà seccata dal vento del Sud
E sarò avvolta da un tuo abbraccio guardando
Il mare che calmo e austero suggerirà
Ai miei occhi di piangere
E ‘l mio sguardo si perderà ancora una volta
Nel blu del tuo quando mi sentirò perduta nel mondo
E la mia anima dormirà accanto alla tua quando
Di notte l’oblio della dolce dimenticanza
Porterà via la coscienza
E il suono della tua voce scandirà i momenti della mia vita
Quando tutto sarà diventato uguale
Perché tu solo vivi nel mio cuore

E capii d’amarti perché
Pensandoti sorrisi mentre
Una lacrima
Indisturbata e sola esplorava le curve del mio viso”

18 marzo 2009


E’ passato un anno e mezzo, ed ecco la mia tremante penna che sotto dettatura di ricordi cerca di farsi spazio tra le lacrime, di un amore ancora vivo; diverse situazioni hanno stravolto la mia vita, ma le pagine di queste diario non possono andare perdute, esse insieme al cielo che ci ha accompagnato sono le uniche testimonianze della nostra felicità.