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domenica 10 agosto 2014

Un effetto collaterale

Recensione di
Colpa delle Stelle
John Green, 2012

Un romanzo che tenta di travestirsi da bestseller per adolescenti, ma fallisce e si trasforma in una riflessione dolorosa e originale sulla vita e sul morire.




Ho iniziato per prima cosa a vedere il film tratto da questo strano, coinvolgente romanzo, in una serata in cui avevo voglia di disimpegno e di guardare un film "leggero", purtroppo/fortuna per me il film si è rivelato molto più pesante e, direi, doloroso del previsto.
Quindi ho deciso di leggere anche il libro da cui era tratto e scrivere qui cosa ne penso.
Se non conoscete la trama a grandi linee parla di due adolescenti Hazel Grace e Augustus che sono malati di cancro e si innamorano. Sì, ma non è solo questo. Non è la classica storiella struggente che ti fa piangere due minuti per i facili clichè emotivi e poi proseguire come nulla fosse per la tua vita. No. Per certi versi si può dire che alcune citazioni e/o esempi non siano nulla di geniale come "alcuni infiniti sono più grandi di altri", ma se si fanno scendere queste citazioni nel contesto e nelle parole di due ragazzi adolescenti, allora tutto assume un significato più profondo. C'è Augustus Waters che è fissato con le metafore, infatti ha l'abitudine di tenere un bocca una sigaretta spenta perché quella è la metafora di tenere tra le labbra una cosa che può ucciderti senza la possibilità di farlo. Vede metafore in molte piccole cose e questo sondare la realtà e rivelarne i lati più ridicoli che si danno per scontati nella vita comune, sembra essere una sua ossessione. Mi è rimasto impresso questo passaggio di un Augustus diciassettenne:

"Ero un po' l'archetipo del ragazzo cresciuto in Indiana. [...] Tutto impegnato nel tentativo di di riesumare la perduta arte del tiro in sospensione. Un giorno però ero nella palestra dell North Central ad allenarmi ai tiri liberi, fermo all'altezza della lunetta, quando tutto d'un tratto non sono più riuscito a spiegarmi perché me ne stavo lì a lanciare metodicamente con oggetto sferico in un altro oggetto toroidale. Mi è sembrata la cosa più stupida del mondo. Ho cominciato a pensare ai bambini piccoli che provano a infilare una forma cilindrica in un buco circolare, e a come lo fanno sistematicamente per mesi finché non capiscono come funziona e la palla canestro è una versione più aerobica dello stesso esercizio." In seguito definirà questo "il giorno dei tiri liberi esistenzialmente pregni". 

Quello che può stonare è solo leggere queste parole in bocca a un ragazzo di diciassette anni e può essere vista come una forzatura il creare dei personaggi adolescenti con una profondità di pensiero più puntuale di un 30-40-50enne, quello che penso io è che questi due personaggi avendo un numero di giorni limitati (come tutti noi) ma con un livello di consapevolezza molto più elevato del nostro, abbiano sviluppato una riflessione molto più profonda su ogni piccola cosa, per rendere il loro poco tempo molto più significativo.

Hazel Grace, ossessionata da un libro che parla in maniera lucida e onesta della sua malattia, ha una visione di se stessa e della vita molto cinica, si auto definisce "effetto collaterale" del processo evolutivo dell'umanità che per progredire attraverso le mutazioni genetiche provoca ogni tanto degli "scarti": organismi che sviluppano cellule tumorali. Parla molto spesso di "effetto collaterale", all'inizio definisce la depressione come "un effetto collaterale del morire", per lei anzi, tutto è un effetto collaterale del morire. Il discorso può sempre molto triste e cupo, invece è un racconto molto divertente, perché come lei stessa afferma "a questo mondo si può sempre scegliere come raccontare le storie tristi, e noi abbiamo optato per la versione divertente". E' divertente nella maniera in cui con una scheggia conficcata nel fianco qualcuno ti fa ridere, ma mentre ridi, che è già di per sé una risata disperata, senti fitte di dolore. Il dolore per la terribile realtà in cui questi due giovani stanno vivendo.
E' una storia d'amore, ma non è solo questo, è una profonda riflessione sugli effetti collaterali del morire, sull'oblio, sull'esistenza umana e anche sul cancro. E' "leggera" perché quasi non ci si rende il conto di leggere, ma la storia è come se si ricreasse dentro di te, è come vivere davvero tra questi personaggi che sono quasi persone. E' un viaggio nel metaromanzo. Sono sicura che piangerai a leggerlo o a vedere il film, non ti fidi? Try me.


Vorrei allegare ancora uno scambio di battute tra Hazel (malata di un cancro con metastasi nei polmoni) e Augustus (con un sarcoma alla gamba, che è stata amputata e ora si trova in sedia a rotelle). NB (Isaac è un altro loro amico dal gruppo di sostegni di ragazzi malati di cancro reso cieco da un tumore agli occhi)
Parla Hazel 



Ci sarebbero ancora molte altre cose da dire su questo libro, ma adesso non mi vengono in mente, forse dovreste semplicemente leggerlo o aspettare il 4 settembre e andare a vederlo al cinema.


XOX 
Marì

giovedì 17 aprile 2014

L'estraneo più estraneo



I buoni e i cattivi,
Angela Carter,
1969, 218 pp., 14€;
trad it. di Simona Fefè

Eccomi! Dopo una lunga assenza di letture bulimiche, torno a recensire un libro di Angela Carter, una delle mie preferite, appena concluso. Premetto che essendo la lettura così vicina, sento ancora quel disagio emotivo che lascia il chiudere un libro che hai amato e dunque la mia recensione potrebbe essere velata di romanticismo (Dio me ne scampi!). E questo della Carter l'ho amato davvero. E' un libro difficile e denso e temo dovrò fare dello spoiler per riuscire ad analizzarlo. In questo romanzo che può essere definito di genere fantascientifico post-apocalittico vi sono molti dei temi che affronterà in altri romanzi e racconti, ma anche degli spunti differenti, che lasceranno spazio alla riflessione filosofica sulla parola. Marianne è la protagonista del libro, nonché punto focale della narrazione (sebbene sia svolta in terza persona): in un Inghilterra desolata dopo una guerra (mai raccontata nei dettagli) che ha spazzato via la maggior parte dell'umanità e della cultura, gli unici sopravvissuti sono raggruppati in diversi strati sociali: ci sono in Professori che sono sopravvissuti alla guerra e sono gli unici custodi della conoscenza pre-apocalittica, che vivono in villaggi e ne sono i reggenti. I villaggi vengono costruiti dagli Operai e protetti dai Soldati. Fuori dai villaggi vi sono i Barbari che vengono reputati i "cattivi" dagli abitanti dei villaggi, perché essendo girovaghi di tanto in tanto fanno razzie nei villaggi per procurarsi oggetti, manufatti e vettovaglie. Poi ci sono Quelli di fuori, che sono sub-umani, probabilmente deformi a causa di bombe nucleari della Guerra ancor più selvaggi dei Barbari e temuti da tutti. Marianne vive in un villaggio ed è figlia di un Professore di Storia e in tenera età assiste alla uccisione di suo fratello durante uno scontro con i Barbari, scioccata ma anche attratta dalla figura atavica e ancestrale che era il barbaro, conserverà per sempre l'immagine dell'uccisione di suo fratello. Un'altra caratteristica degli abitanti dei villaggi è che hanno così tanto tempo per studiare e annoiarsi, che molto spesso impazziscono e compiono stragi. La madre di Marianne, infatti, a seguito della morte del figlio si toglie la vita, e dieci anni dopo la tata di Marianne impazzisce e uccide con un'ascia il padre della ragazzina. Tutto quello che amava era andato in fumo, dunque Marianne non si sentiva più a casa e anche la sua stesa identità era incerta; come atto di ribellione alla sua femminilità si taglia i capelli cortissimi. 
"Adesso era proprio brutta e rimirava la sua bruttezza davanti ad ogni specchio provando un piacere violento"
Dopo qualche tempo il villaggio viene attaccato nuovamente dai Barbari e Marianne che vede un Barbaro ferito che si rifugia in un fienile, mossa dalla pietà va a soccorrerlo e qui coglie l'occasione di scappare con lui.
"Era partita con l'intezione di salvare il Barbaro ma ora si trovava ad accettare che a salvarla fosse lui".
Da questo momento inizia la storia travagliata tra Marianne e Gioiello che non è una relazione solo tra loro due: è la rappresenzazione dell'incomunicabilità tra uomo e donna, in una divisione definitiva di genere. E' una storia straziante di amore e odio. "Marianne si trovava in compagnia dell'estraneo più estraneo in cui potesse desiderare di imbattersi."
 Rappresenta la fusione impossibile: tanto che il primo rapporto tra i due avviene tramite uno stupro, il che indica che l'unico contatto possibile tra i due sia possibile tramite la violenza. Anche dopo il rapporto è suddiviso con l'incedere del giorno: quando c'è luce sono lontani, di notte, con il buio e quando i controrni dell'altro si confondo con la notte allora è possibile la fusione dei due corpi, ma mai delle identità. "Non riuscì più a capire dove finiva il buio e dove inziava il suo corpo."
Questa incomunicabilità è un tema su cui Carter insiste soprattutto considerati due fattori: lei e i Barbari non parlavano la stessa lingua e soprattuto quasi nessuno di loro sapeva scrivere, facoltà che condivideva con il medico/santone/sapiente della comunità barbara Donally (probabilmente un ex Professore) che le lasciava degli aforismi quasi chiaroveggenti sulla sua situazione con Gioello.
Un'altro punto su cui insiste è l'apparenza sotto la quale si cela la vera identità, ma che in molti casi si fonda con essa. Lo specchio, tropo ricorrente in tutti i suoi libri, è la superficie su cui si ferma l'apparenza, e nel quale molti dei suoi personaggi stenatono a riconoscersi. Marianne atraverso la bellezza sconvolgente di Gioello riflette su chi siano i buoni e chi i cattivi, cosa significhi l'apparenza, e la ritualità. Descrivendo Gioello, la voce narrante dice infatti:
"L'oscurità si palesava nei contorni alterati del suo volto. Era un'opera d'arte, creata e non generata, un fantastico dandy del nulla, la cui vera natura era stata interamente incasellata nell'aliena e terrificante bellezza di un gesto retorico. La sua apparenza era astratta dal suo corpo e tutto in lui era stato intenzionalmente ridotto al linguaggio dei segni. Era diventato il simbolo di un'idea di eroe."
Ancora sulle apparenze nella voce questa volta della stessa Marianne "Sei talmente bello che non puoi non essere vero [...] Ma penso che a lungo andare, sarò costretta a fidarmi delle apparenze. Quendo ero piccola, giocavamo a buoni e cattivi ma adesso non so più da che parte siano gli uni e gli altri, nè chi siano, e allora che cosa mi resta, se non le apparenze?".
Infine però, dopo travagliate vicende, forse i due riescono a trovare un ultimo seppur effimero contatto.
"Lui sollevò lo sguardo e rimasero a fissarsi fra la meraviglia e il sospetto, come membri sotto mentite spoglie di una cospirazione rimasti all'oscuro dei segnali di riconoscimento, perché a nessuno dei due pareva possibile, né auspicabile, che i loro sensi avessero ragione e che fossero in grado di trovare l'uno nell'altra un impulso alla sopravvivenza in quel mondo ostile".

Marì

venerdì 21 febbraio 2014

Why is the measure of love loss?

Scritto sul corpo
Jeanette Winterson, 1992



Ho letto questo libro più volte sia in italiano che inglese, e quello che mi preme dire prima di iniziare qualsiasi pensiero è che non si può comprendere appieno il romanzo senza averlo letto anche in inglese. Non è così per qualsiasi opera? Sì, ma questo è tanto più vero quanto un’opera da prosa si trasforma in poesia. Scritto sul corpo è un poema in prosa, la maggior parte delle frasi ha una musicalità e una poeticità che sono impossibili da rendere in italiano.


Ho riletto questo libro più volte, perché è un libro denso, c’è una vita intera dentro ed è anche una prova di scrittura sperimentale. La prima volta che lo lessi, non compresi i numerosissimi riferimenti che Winterson ha disseminato nel testo, la sensazione è quella che lei abbia voluto rifare il modernismo. Già dalle prime pagine in cui dice “Non piove da tre mesi. Gli alberi scavano sonde sotto terra, inviano radici di riserva nel suolo arido, radici che aprono come fossero rasoi ogni vena gonfia d’acqua” introducendo il tema Eliotiano della natura arida, dalla landa desolata, The Waste Land, letteralmente, più avanti farà riferimento a Joyce, e soprattutto si sente in modo quasi fisico la presenza di Angela Carter, dalle wonderings in giro per un Londra illuminata dalla luce bianca della luna, all’erotismo fisico e profondo, ai riferimenti ai gigli e alla Camera di Sangue. 


Quando leggi Scritto sul corpo, improvvisamente qualsiasi altro testo sull’amore o sulla complessità dei sentimenti risulta scontato o banale, superficiale come minimo. Ti sega in due come una lama circolare, per riprendere un’espressione che la scrittrice usa ogni tanto, ti entra dentro e ti fa rivalutare tutte le sensazioni che hai provato fino ad allora. Rispecchia un’introspezione molto profonda un amore che viene vissuto in tutte le sue dimensioni, ma soprattutto, come cita il testo, nella dimensione corporea, fisica.


Cos’è a rendere un libro degno di entrare nella storia più degli altri? Uno dei fattori è quello di restituire al mondo ciò che gli appartiene e renderlo universale. Ovvero offrire situazioni e interpretazioni della vita che si rivelano così reali da diventare quasi una legge, e allora quando riconosci una tua esperienza, quando ti riconosci in un personaggio, quando i personaggi incominciano a vivere, allora quello che hai in mano è un pezzo di letteratura. E Scritto sul corpo non è un romanzetto qualsiasi, è la vita catturata in frammenti scollegati. È il sentimento che emerge e ti risucchia in un mondo per certi aspetti onirico. Come onirica è la caratterizzazione della voce narrante, il cui genere rimane incerto fino all’ultima pagina. Da segnalare, qui è la differenza tra la versione italiana e quella inglese: nella versione originale si intuisce che a parlare sia una donna, mentre nella traduzione italiana viene resa quasi come una voce maschile, a torto e truffando (anche se magari in buona fede) la comprensione completa del messaggio nel libro.


Vi lascio alle parole della Winterson (scusate se le ho tirate su un po’ in inglese e un po’ in italiano)


Voglio che tu venga da me senza passato. Le frasi che hai imparato, dimenticale. Dimentica di aver frequentato altre stanze da letto, altri luoghi. Vieni da me come se fosse la prima volta. Non dire mai che mi ami fino al giorno in cui me lo dimostri

Your hand prints are all over my body

Stavi attenta a non dire le parole che presto sarebbero diventate il nostro altare privato. Io le avevo già dette molte altre volte lasciandole cadere come monete nel pozzo dei desideri, sperando che si avverassero. Le avevo già dette molte volte ma non a te.

Non mi ritengo una persona insincera ma se dico che ti amo e non lo intendo cos'altro sono?


I love you and my love for you makes any other life a lie.


Marì

lunedì 11 novembre 2013

Equilibrium

Recensione

Joel Dicker
La verità sul caso Harry Quebert
Bompiani
19,50€, 770pp. 


Finito da poche ore il secondo romanzo di Joel Dicker, scrivo qui qualche riflessione, come sempre. Il romanzo è costruito su illusioni e le prime cento pagine non fanno eccezione: sembrano infatti premesse sbrodolate e inutili, che magari possono anche far spazientire, narrano in poche parole la storia di Marcus Goldman che, dopo il successo del primo romanzo, viene colpito dalla peggiore malattia della scrittore, il blocco di fronte alla pagina bianca. Questa premessa che sembra troppo lunga, non lo è: getta le basi di tutte le analogie che collegheranno in protagonista al suo mentore: Harry Quebert. 
Questo romanzo, poi, sembra uno scritto senza qualità: un gialletto che leggeresti sotto l'ombrellone, e per certi versi lo è: perchè snocciola frasi stucchevoli e ingenue e dispienga un concetto dell'amore banale, per certi versi. Lo è anche per le descrizioni ad esempio: "il tempo era bello, i colori vividi, l'oceano immenso" (p.554) che si potrebbe attribuire a un temino di scuola. Lo scrittore non è abile infatti a tessere frasi poetiche o tecniche stilistiche sbalorditive. Ma non ne ha bisogno! No, perché il suo talento consite nel creare una trama così fitta, complicata e mistriosa che il lettore è costretto a terminarlo.
Inoltre non è un semplice giallo, è un romanzo d'artista: ovvero quel genere di romanzo in cui si testimonia la nascrita di uno scrttore con tutte le difficoltà che incontra. E' anche un meta romanzo, che si conchiude in struttue concentriche: cioè è un romanzo che parla della stesura del romanzo stesso. Lo si può definire un romanzo post moderno anche per i numerosi riferimenti letterari: la Lolita di Nabokv in primis, e poi per le diverse tecniche narrative che usa per raccontare gli eventi:  sembra essere un diario redatto in prima persona dal narratore Marcus Goldman, ma vengono anche inseriti: brani di lettere, articoli di giornali, trascrizioni di registrazioni, e (la parte originale) brani del romanzo che si sta scrivendo con un narratore in terza persona. 
Alcune descrizioni di personaggi sono superficiali, altre invece sorprendenti per la loro complessità. Dei dialoghi spiaccano per intelligenza e per l'effetto di realismo comico che suscitano. Inoltre si ha la cronaca di Goldamn che diventa srittore tramite le 31 lezioni di vita/scrittura che gli impartisce Quebert. Quuste rappresentano uno dei punti deboli del libro: sono frasette scontate, che però hanno lo scopo di introdurre quello che la narrazione sta per raccontare.
Quindi sì, è un romanzetto giallo fruibile in spiaggia, ma è anche molto di più: sperimenta, ma senza violare mai la regola fondamentale secondo cui ogni gesto, evento o situazione ha delle conseguenze che devono essere narrate.
Lo consiglio? Non saprei, ma sicuramente dà una grande lezione sull'equilibrio e il potere dello scrittore sulla trama del suo libro.
MC

martedì 1 ottobre 2013

Lincoln vs Django



Recensioni
Lincoln (Steven Spielberg) 
Django Unchained (Quentin Tatantino)













Entrambi i film presi in questione sono esempio di una magistrale regia di due colossi del cinema americano: Steven Spielberg e Quentin Tarantino, e hanno entrambi per soggetto il problema dello schiavismo negli Stati Uniti durante gli anni della guerra di Secessione.
Django, ha in verità inizio poco prima della guerra, infatti è ambientato nel 1858, in Texas. Django Freeman, nomen omen, viene liberato dalla sua condizione di schiavitù ad inizio pellicola dal carismatico Dr. King Schultz, un cacciatore di taglie tedesco che gli propone la libertà in cambio del suo aiuto per riconoscere i membri della famiglia Brittle, su cui ricade una taglia molto pesante. I due si trovano molto in sintonia nell’eseguire il compito di giustizieri quindi Schultz propone a Django di lavorare con lui durante l’inverno e poi con il ritorno della primavera sarebbe stato libero. In questi spezzoni emerge che la moglie di Django, Brhumilda, è stata venduta ad un certo Calvin Candie, un possidente del Mississippi e Schultz, avendo ormai instaurato un rapporto di amicizia con Django, decide di aiutarlo con astuzia a liberarla.
Il film di Tarantino, è un omaggio al Western all’italiana. Quello di Sergio Leone, che viene citato a fine pellicola con l’esplosione della casa di Mr. Candie, come avviene ne Il buono, il brutto e il cattivo. Utilizza il genere Western per parlare di un tema molto delicato per la cultura americana, ovvero la schiavitù. Il film è un esempio di cinema post moderno, molto citazionistico, in cui le citazioni però sono mirate ad espandere e approfondire il significato del film: per esempio viene citato Via col vento, nella scena in cui Django finalmente può riabbracciare sua moglie, riferimento significativo, in quanto il capolavoro citato sia il simbolo della guerra di Secessione americana vista con lo sguardo dei sudisti; e poi Arancia Meccanica, in corrispondenza nella cruda scena di violenza che esemplifica il punto di vista dell’autore sullo schiavismo. Secondo, lui, come sottolineato dalle immagini, gli schiavi nei venivano trattati come bestie senza intelletto, e venivano dati in pasto ad altri animali se osavano sgarrare alle regole del padrone. La scena in questione, si colloca durante il viaggio verso casa di Mr. Candie qui, la carovana viene fermata dai collaboratori bianchi di Mr Candie che lo avvisano che uno schiavo nero aveva tentato di fuggire e in quel momento l’avevano individuato appostato su di un albero e impaurito. Mr. Candie ordina ai suo collaboratori di ucciderlo. Qui si ha l’esatta scena di Arancia meccanica, in cui in questo caso una donna, lascia scivolare un martello dalle spalle a terra. Però non verrà picchiato, andrà peggio per lui perché sarà dato in pasto ai cani. Poco dopo, si avranno le immagini di un turbato Schultz, che ripensa alla brutalità che è stata inflitta al povero schiavo e in sottofondo si ha Per Elisa, altro riferimento ad Arancia Meccanica, e alla cura della violenza con la musica classica. Il punto di vista di Tarantino sullo schiavismo e più in generale sul razzismo, è fortemente delineato in questo film in cui il magistrale Leonardo di Caprio, Mr. Candie, interpreta il ruolo di ignorante possidente del sud, che in una serie di comiche gaffe mostra la sua pochezza e la sua scarsa cultura, ad esempio si dice francofilo ma non parla il francese e si irrita se le persone attorno a lui lo fanno, contrapposta invece alla mente affilata di Mr. Schultz, e verso la fine del film, viene mostrato come colui che tiene realmente in mano le redini del podere si Mr Candie è il suo schiavo/concierge Stephen, più razzista verso Django “Il negro libero” dei bianchi.
Il razzismo viene ridicolizzato ancora in maniera più evidente nella scena in cui la famiglia ricchissima che ospitava i Brittle, sentendosi oltraggiati poiché un nero aveva ucciso un bianco, si organizzano per restituire il favore incappucciati come i membri del successivo KKK, qui si mostra come questi siano impacciati e ridicoli travestiti in quel modo e che sia solo la compensa di denaro a spingere quel gesto contro Django e Schultz.
Vi sono diverse mitologie che si intrecciano nel film di Tarantino, e queste unite ad evidenti anacronismi, vedi ad esempio l’uso delle lenti polarizzate dei protagonisti, arrivate in America solo nel Novecento; suggeriscono una rappresentazione della società contemporanea attraverso il racconto di eventi fondamentali per la cultura americana. Tarantino ci mostra una società ancora razzista, retrograda, in cui è solo l’uso dell’intelletto e dell’astuzia di pochi, che permette al protagonista di ottenere la sua agognata libertà, che rappresenta la libertà dell’uomo dalla mentalità americana. Inoltre è rimarcato come sia il denaro l’unico vero motore e agente di quella realtà, e di tutte le realtà. I corpi umani degli schiavi o quelli su cui cade una taglia sono trattati come oggetti economici, viene molto sottolineato il prezzo di questi uomini, unico elemento che desta l’attenzione di Mr Candie.
Lincoln invece è ambientato a cavallo tra il 1864 e il 1865, durante le ultime vicende della guerra di secessione e la lotta del presidente Lincoln per far approvare il tredicesimo emendamento che avrebbe segnato l’abolizione dello schiavismo negli Stati Uniti. Per farlo Lincoln, per lo spettatore mito intramontabile, fa utilizzo di tutti i mezzi disponibili, in più dei casi occorre all’uso della corruzione, o della persuasione. Vediamo la figura di Lincoln, come uno dei nostri politici contemporanei, disposto a scendere a compromessi con i propri ideali per ottenere uno scopo più grande. Il suo ideale, però, nel suo intimo è saldo e genuino e infatti egli stesso afferma che il valore fondamentale sia l’eguaglianza, facendo una metafora con il postulato di Euclide che afferma che se due elementi sono uguali a un altro elemento sono tra di loro equivalenti, per lui questo principio può e deve essere applicato anche agli essere umani.
Una figura da irriducibile sostenitore dell’uguaglianza tra le razze, è interpretata da Tommy Lee Jones, nel personaggio di Stevens. In questo ambiente di razzisti e con la mentalità tipica del 1860, lui sembra l’unico dotato di senno, l’unico che si indigna quando gli altri personaggi parlano dei neri come se fossero degli animali, e si scandalizzano all’idea dell’estensione al voto a questa parte della popolazione americana. Il ritratto che fa Spielberg del partito democratico contro il tredicesimo emendamento, è agghiacciante per lo spettatore contemporaneo che vive in una realtà molto diversa, almeno in apparenza. Qui i deputati democratici sostengono con forza che il popolo nero è inferiore e far approvare tale emendamento sarebbe come insultare la creazione di Dio mettendo sullo stesso piano bianchi e neri. Spielberg restituisce l’immagine di una società reazionaria e ancora profondamente radicata nella cultura cattolica, e ci fornisce un giudizio molto pesante, una critica agli Stati Uniti d’America i cui deputati hanno avuto il bisogno di essere corrotti per far approvare una legge che restituisse almeno una parvenza di giustizia e libertà.
Nei due film si ha un’attenta analisi della cultura statunitense, dalle origini a quella contemporanea, ma mentre in Django, si mostra chiaramente e in presa diretta ciò che i bianchi facevano subire ai neri a causa della loro presunta superiorità, e le immagini scuotono la coscienza dello spettatore che non può non inorridire a quanto può essere brutale e bestiale un uomo; in Lincoln la guerra per i diritti, viene solo intravista attraverso raccapriccianti scene di braccia mozzate e corpi martoriati all’inizio e nei frammenti finali della pellicola. Lo sgomento che lo spettatore prova viene suscitato dalle idee più che dalle azioni concrete, dall’udire quanto sembrasse perfettamente razionale all’epoca parlare di un essere umano come se fosse una bestia, e come se fosse inconcepibile donargli ciò che gli appartiene di diritto, ovvero la sua vita. Questo propone un’ulteriore riflessione sulla relatività del giudizio che è contingente al periodo storico e causata culturalmente. Oltre al fatto che ci si rende conto come un partito che oggi ha al suo comando un presidente nero, e sembra essere il portatore dei diritti civili e imprescindibili dell’uomo, un tempo ne fosse il suo acerrimo nemico.
Entrambi i film sono una denuncia al razzismo, l’uno lo fa con la forza delle immagini e dell’ironia, e l’altro invece colpisce lo spettatore con il pensiero che è capace di spingersi nella profondità della riflessione.
Entrambi, sono un riflesso della nostra società, Lincoln asserisce che la politica è compromesso per definizione, e che anche per i fini più alti c’è bisogno di scendere a compromessi e di corrompere i più deboli; Django invece dipinge una società ancora razzista e ignorante in cui il vero motore delle cose è il denaro, lo è sempre stato e lo sarà sempre.

Maria Cozzupoli

lunedì 30 settembre 2013

La vita e i suoi paradossi_La scopa del Sistema DFW




Recensione.
La scopa del Sistema
David Foster Wallace
2012, 558pp, 15€
Traduzione it.di Segio Claudio Perroni

Comincio subito col dire che questa mattina mi sono cimentata nell'aggiornamento della pagina dedicata a questo libro su Wikiquote, perché a) era abbastanza scarna e b) ho preso una miriade di citazioni dal libro, alcune davvero esilaranti e mi sembrava giuso renderle pubbliche. Il link alla pagina lo trovate QUI .
Che dire di questo mastodontico, complessissimo, intricato tassello della letteratura americana e mondiale? Per prima cosa dico che appena finito mi è presa la smania di volerlo rileggere daccapo, ma, frenati questi istinti da maniaca-complusiva della lettura e conscia anche del fatto di averne altri quattro da terminare, mi sono limitata a rivedere tutte le citazioni, appunti e note prese durante la lettura per cercare di ricostruire il filo del frammentato mondo narrativo che Wallace costruisce. 
Questa affermazione già stride agli occhi e mi fa venire voglia di smontarla (il libro è così intessuto di filosofia, che ti viene voglia di filosofeggiare per ogni cosa), perché Wallace a tutti gli effetti non costruisce un mondo narrativo, quello che ho pensato io è che Wallace, da scrittore post-moderno e meta narrativo alle estreme conseguenze, voglia dimostrare attraverso questo romanzo le teorie che vi sono contenute. Qui, infatti, viene sviluppato il pensiero secondo cui la realtà e la nostra esperienza esistano solo nella misura in cui sono raccontate, e cioè che tutto, compresa la vita stessa sia un racconto. Nel suo romanzo Wallace mette in scena un doppio paradosso: da un lato sottolinea marcatamente la dimensione narrativa della vita, dall'altro costruisce un romanzo che sfugge allo sguardo voyeuristico del lettore ed è inintelligibile come la realtà stessa, come se fosse una finestra sul mondo. In questo modo da un lato afferma che la vita è narrazione, e dall'altro che la narrazione coincide con la vita e quindi è fuggevole esattamente come questa.
Tralasciando, comunque, questi paradossi filosofici che costituiscono comunque il filo conduttore di tutto il libro, vorrei soffermarmi sul romanzo in sé. La protagonista, Lenore Beadsman è una ragazza di 24 anni che ha l'ossessione di non sentirsi padrona di sé e delle scelte che fa e per questo, nonstante sia figlia di una delle famiglie più ricche di Cleveland ha deciso di lavorare come centralinista per il gruppo editoriale Frequent&Vigorous. Di lei Wallace costruisce una personalità complessa e affascinante, fatta di elucubrazioni, pensieri, innocenza e inconsapevolezza delle caratteristiche assolutamente positive che fanno innamorare un po' tutti i personaggi maschili della storia. Di lei colpisce, almeno a me, la sua prolissità nei ragionamenti cerebrali, che poi ha un corrispettivo mutismo e fuggevolezza nelle questioni sentimentali. Lenore appare un personaggio gentile e disponibile, ma a volte anche crudele nei confronti di Rick Vigorous, suo amante che letteralmente la idolatra, crudele perché nella tutela della sua più totale libertà si rifiuta costantemente di dare conferme all'amato del suo amore, mai una volta pronuncia quello che sente nei suoi confronti e altresì sfugge a qualsiasi classificazione del loro rapporto. Anche per questo Lenore mi sembra una persona reale: qualcuno i cui pensieri e sentimenti più intimi sfuggono anche al controllo dell'autore, nonchè dio dell'opera. Rick Vigorous è un personaggio che muta all'interno del romanzo, ma non progredisce, anzi: man mano che si va avanti la parabola della sua stabilità mentale precipita inesorabilmente verso il collasso a raggiungere gli apici negativi della paranoia. Egli è infatti ossessionato da Lenore, vorrebbe possederla per colmare anche (supposizione mia) i suoi complessi di inferiorità derivanti dalla sua conformazione fisica non proprio ideale, come si autodescrive il personaggio infatti:
"So di essere alquanto nevrotico. So di essere possessivo. So di essere capriccioso e vagamente effeminato. Privo di mento, non alto né robusto, roso da una calvizie ormai non più solo incipiente [...] e altresì so di essere inadeguato sessualmente"
Qui è di dovere precisare che l'intero libro è disseminato di personaggi folli o assurdi, e di psicologi che sono più folli ed assurdi dei loro pazienti, che a mio avviso costituisce una critica non molto velata dell'albo degli psicanalisti in genere come fenomeno esploso in quegli anni. Infatti sembrava che chiunque in America avesse uno psicanalista, a quiei tempi.
Inoltre, quello che mi ha sorpreso nel leggere le numerose recensioni sul web del libro non fanno menzione della dimensione assurda che sconfina nel fantastico nel contesto del romanzo: a partire dal fatto che Cleveland è stata ricostruita sulle forme dell'attrice Jayne Mansfield, poi dalla costruzione del DIO (Deserto Incommensurabile dell'Ohio), in inglese GOD (Great Ohio's Desert) voluta dal governatore della città perché fosse "un punto di riferimento primordiale per le buone genti dell'Ohio. Un luogo da temere e amare. Un luogo selvaggio. Qualcosa che ci rammenti contro cosa abbiamo lottato e vinto. Un luogo senza centri commerciali", ma poi anche solo dall'ombra che ogni giorno fagociata il palazzo in cui lavora Lenore, la cui descrizione è così reale da poterla paragonare ad un essere vivente, oppure l'uccellino di Lenore Vlad L'Impalatore che di punto in bianco comincia a parlare, ripentendo in maniera ragionata e a volte non precisa le diverse frasi che ha sentito (grazie a un misterioso composto scoperto dalla ditta del padre di Lenore), commentando così in maniera ironica ciò che sta capitando in quei frangenti.
L'ironia e il vero e proprio sarcasmo dominano l'intera scena, non si può leggere il libro senza "slogarsi la mascella dal ridere" come disse una volta un mio amico, è un'ironia dissacrante, irrispettosa, per niente "politically correct", che fa sentire anche un po' in colpa menre si ride sguaiatamente delle sventure altrui e che è la cifra stilistica dell'autore. In un'intervista riportata su Minima&Moralia ha dichiarato:

"nella mia famiglia funziona molto così. Fra noi comunichiamo quasi soltanto tramite battute di spirito. Fondamentalmente, non facciamo altro che raccontarci barzellette, il che a un certo punto diventa abbastanza strano. È molto divertente quando sei piccolo, ma quando ti ritrovi adulto e cerchi di parlare di qualcosa di serio, ti rendi conto che è un modo un po’ insidioso di affrontare le cose."

Ed è esattamente come comunica Lenore: non dice quasi mai le cose direttamente, le allude, ci gira intorno, fa battute per farle capire.
La stessa ironia la usa per mettere sotto accusa l'intero sistema culturale contemporaneo. Poco sopra l'ho definito uno scrittore "postmoderno", e in effetti nel suo romanzo vi sono molte di queste caratteristiche, compresa la presenza quasi ossessiva della televisione, ma in questo caso la sua non è una mera presentazione del fenomeno, ma (a mio avviso) una feroce accusa contro la cultura di massa e in particolare contro gli show televisivi interessati solo al profitto e per nulla ai contenuti. Ma ancora più violenta è le critica verso le istituzioni religiose, brillantemente resa a mio avviso con la speculazione da parte di una sedicente comunità religiosa (fornita ovviamente di show televisivo) sul povero e troppo chiaccherino Vlad L'Impalatore innalzato a messaggero di Dio e a cui durante lo show si cerca di far dire ai telespettatori "tutte le offerte sono detraibili dalle tasse", il ché è a mio avviso esilarante ma anche ferocemente coraggioso.
Oltre a questo il romanzo presenta anche una dilatazione temporale, e una moltiplicazione di universi che lo fa aderire allo stile del postmoderno: si vedano ad esempio le numerose storie che Rick racconta a Lenore che amplificano i significati del racconto e semplicemente ne disperdono la dimensione spazio-temporale, restituendoci la dimensione della vita vera, e sviluppando quel "realismo isterico" (come giustamente afferma nell'introduzione Stefano Bartezzaghi), che sarà caro a De Lillo e J.C. Oates.
Non ho voluto soffermarmi sulla trama per non svelare troppo del romanzo e lasciare che la curiosità di leggerlo rimaga viva in voi!
Al termine di questo estenuante excursus,
Vi lascio e vi auguro una buona lettura!

Mettiamo che Nonna mi abbia detto in maniera parecchio convincente che tutto ciò che davvero esiste della mia vita è limitato a quello che se ne può raccontare. [...] Be', credo che non sia esattamente che la vita va raccontata anziché vissuta; è piuttosto che la vita è il suo racconto, e che in me non c'è niente che non sia o raccontato o raccontabile. Ma se è davvero così, allora che differenza c'è, perché vivere?

Maria Cozzupoli




martedì 24 settembre 2013

Gatsbies! Excursus 1974-2013



Nel 1974 Francis Ford Coppola scrisse la sceneggiatura per la trasposizione del Great Gatsby diretto da Jack Clayton. Nel 2013, invece Baz Luhrmann presenta al festival di Cannes la sua nuova versione di Gatsby nata, secondo quanto rilasciato in un’intervista in quella sede, dalla riscoperta del capolavoro della letteratura americana avvenuta una decina di anni fa.
Il film di Clayton si apre sulla dimora vuota di Gatsby, sulla ricchezza barocca e sterile dei suoi oggetti. La solitudine di quelle stanze è come se facesse presagire quello che avverrà alla fine: le numerose e folli feste organizzate da Gatsby svaniranno nel vuoto dopo la sua morte, e la sua ricchezza, lo sfarzo saranno solo oggetti abbandonati poiché Gatsby è un personaggio tragicamente solo, che non riuscirà mai ad avere degli affetti autentici, a parte quello di Nick il narratore della storia.
Il Gatsby del 1974 ha il pregio di aver ricostruito in maniera accurata lo spirito e l’ambientazione degli anni venti, e di aver cercato di attuare una trasposizione praticamente “totale” del capolavoro di Fitzgerald mantenendo alcuni dialoghi e la sequenza narrativa praticamente intatta, se si fa eccetto per alcuni particolari o per la storia tra Nick e Jordan, praticamente assente sulla pellicola. Forse questo tentativo di rendere per intero il romanzo ha l’effetto di rallentare e dilatare la narrazione, in modo tale da provocare insofferenza nello spettatore. Inoltre la soluzione di restituire la voce narrante con la voce fuori campo di Nick, risulta un po’ pesante e fin troppo invadente nell’economia del racconto.
Anche la scelta e l’interpretazione degli attori ha i suoi aspetti positivi e negativi. In primo luogo, la scelta di Mia Farrow è stata molto pertinente, sia come struttura fisica, sia per la recitazione che restituisce il suo personaggio in maniera fine e fedele; riesce a trasmettere la sua aria di inconsapevolezza nei confronti della vita, la sua inanità nell’azione: il lettore e lo spettatore ha la continua sensazione che Daisy sia trasportata dagli eventi, ed è incapace di prendere una decisione che sia in favore di qualcun altro, accecata dal suo egoismo e dal bisogno di stabilità economica ed emotiva. Viene infatti chiamata “la ragazza d’oro”, non solo a mio avviso, perché ha sposato uno degli uomini più ricchi d’America, ma perché il denaro, l’oro è l’unico propulsore per le sue scelte. Infatti Daisy si concede a Gatsby e decide di intraprendere una relazione amorosa con lui perché finalmente è diventato miliardario, ma non è così sicura di voler abbandonare il suo sicuro nido d’oro, soprattutto nel momento in cui scopre che Gatsby non è altro che un gangster che si è arricchito con l’inganno.
La scelta di Robert Redford, invece, per quanto fisicamente aderente alla descrizione del personaggio, lascia perplessi per l’interpretazione di Gatsby. Di lui infatti, gira la voce che abbia ucciso un uomo, che si sia fatto strada per non aver avuto scrupoli, quindi si immagina che sia un uomo volitivo, forte e pieno di presenza fisica. Redford, invece, appare come un uomo efebico, debole, e la passione che prova per Daisy, l’ossessione che ha spinto il personaggio a costruire quel paradiso roccocò di denaro per conquistarla, sembra essere meno struggente, quasi fosse una sorte inevitabile cui si sia dovuto adeguare perché non poteva fare altrimenti.
La scelta, invece, del personaggio di Wilson interpretato da Scott Wilson, rende perfettamente l’immagine dell’inetto che viene disprezzato dalla moglie perché non può offrile la vita che invece le fa vivere Tom; che infine impazzisce per il dolore della sua morte, poiché autenticamente innamorato di lei.
Nel complesso il film, per quanto fedele in molte sue parti, non riesce a restituire la struggente drammaticità di Gatsby, in primo luogo, e nemmeno la vacuità ed effimera atmosfera di quegli anni, che dapprima incuriosisce Nick e che poi finisce per disgustarlo, tanto da essere costretto a tornarsene nell’Ovest. Per lui, infatti l’Est rappresenta la dissoluzione e l’assoluto egoismo dei ricchi che distruggono le cose e poi pretendono che siano gli altri a ripulire.
Nella versione di Luhrmann, si ha pure il tentativo di adattare completamente la pellicola al romanzo, attraverso la ricostruzione della trama in maniera ancora più precisa della versione precedente, escludendo solo qualche episodio per accentuare l’effetto drammatico della scena. Anche qui è stata utilizzata la voce narrante fuori campo di Nick, che è ancora più esasperante e invadente della versione del 1974, perché commenta e spiega le situazioni che scorrono sullo schermo come se lo spettatore non avesse gli strumenti critici per comprendere una sequenza narrativa.
L’operazione che compie Lurmann è quella di rendere il capolavoro di Fitzgerald in chiave post-moderna introducendo colori sgargianti, ambientazioni costruite con la grafica digitale, e l’utilizzo di musiche moderne nella diegesi della storia, creando così un effetto straniante su quello che lo spettatore vede: cioè una storia ambientata negli anni venti, accompagnata con la musica che ascolta tutti i giorni.
Con questa tecnica, Luhrmann cerca di estremizzare i temi del romanzo: così la sfrenatezza di quegli anni e la ricchezza poco raffinata di Gatsby si trasformano in feste esagerate al ritmo del rap di Jay-Z, Beyoncè e will.i.am, che secondo la mia opinione, più che scena da film sembrano essere i video clip delle canzoni. Il problema della scelta della musica qui è che invece di avvicinare lo spettatore a quel mondo utilizzando le musiche che conosce, si ottiene invece un effetto di allontanamento e straniamento nella scarsa verosimiglianza dell’ambientazione storica. L’operazione di modernizzazione che lo stesso autore aveva operato sul suo capolavoro Romeo+Juliet, era stato un lavoro radicale e sicuramente molto più riuscito di questo: lì, infatti l’intera tragedia shakespeariana viene ambientata ai giorni nostri, e quindi l’utilizzo di soluzioni modernizzanti non viene percepito come un errore agli occhi dello spettatore. Nel Grande Gatsby invece, la smania di sorprendere, coinvolgere e stupire, finisce in un salto nel vuoto e le parti che avrebbero dovuto essere le più spettacolari, a mio avviso, sono le più ridicole e prive di forza. Forse perché ormai, lo spettatore del 2013 è abituato ai video clip spettacolari, e di certo non viene sorpreso dagli spettacoli pirotecnici di Luhrmann.
Quello che stona ancora maggiormente sono le ambientazioni fantastiche in cui immerge la storia: la villa di Gatsby si trasforma. in un castello delle fiabe, disegnato tramite grafica digitale, e arredato all’interno come una villa moderna; il prato che avrebbe dovuto condurre la villa alla casetta di Nick diventa un surrogato della foresta Amazzonica. L’esagerazione punta, ovviamente ad ingigantire la ricchezza e lo sfarzo in cui viveva Gatsby per sottolineare quanto amore provasse per Daisy che lo ha spinto a costruire tutta questa magnificenza pacchiana. Oltre alla musica e alle ambientazioni, Lurhmann introduce paradossi storici: ad esempio inserisce un gruppetto di riccastri di colore che girano per la città a bordo di un’auto guidata da un autista bianco, oppure usa come dive delle feste delle ballerine anch’esse di colore, quando all’epoca non era permesso loro di stare al di fuori dello spazio domestico, come serve.
Premesso quindi, che nel caso del Grade Gatsby la trasformazione della storia in chiave post-moderna, a mio avviso, non ha restituito lo spirito dell’epoca; invece la scelta di Leonardo di Caprio come interprete di Gatsby si è rivelata la più riuscita. Di Caprio si dimostra essere un talento magistrale e qui riesce a restituire tutte le contraddizioni di Gatsby: è un uomo forte e senza scrupoli che è riuscito a crearsi una posizione favorevole dal nulla, anche se per realizzare il suo sogno americano è dovuto ricorrere alla carriera criminale; nello stesso tempo è colui che è stato spinto a tutto questo dall’amore di una ragazza frivola e senza veri sentimenti. In mezzo a tutti coloro che partecipavano alle sue feste perché erano mondane, e ai suoi collaboratori che lo rispettavano e lo cercavano finché hanno potuto ricavarne guadagno, lui era l’unico con dei sentimenti puri, con la forza romantica della speranza. Ed è per questi sentimenti buoni e per il candore che conserva nonostante sia invischiato in traffici loschi, che Nick si lega molto a lui ed afferma che lui sia migliore di tutti gli altri messi insieme. Leonardo di Caprio riesce ad impersonare tutte queste contraddizioni: riesce ad essere l’uomo aggressivo e pieno di passione durante la discussione con Tom in albergo, e l’uomo fragile ed insicuro che chiede il parere di Nick su se stesso durante ila loro traversata in macchina, riesce ad essere l’uomo la cui intera vita dipende da un cenno o da un apparente sentimento provato da Daisy.
La scelta degli altri attori non appare tanto oculata: Daisy interpretata da Carey Mulligan, non restituisce la frivolezza e le contraddizioni della Daisy su carta, è un personaggio piatto e senza rilevanza scenica. Il Tom interpretato da Joel Edgerton, invece risulta essere molto pertinente sia alla descrizione fisica, perché è un uomo forte e prestante, sia alla descrizione psicologica come forte, irascibile e volubile.
Nemmeno questa versione cinematografica restituisce appieno lo spirito profondo del romanzo. Il pensiero che ho formulato in merito è che forse il capolavoro di Fitzgerald, nonostante le sue velleità cinematografiche, rimane un oggetto così complesso e perfetto nella forma in cui è stato confezionato che una sua trasposizione perfetta non è possibile senza cadere nel banale o nel ridondante.

Maria Cozzupoli